Esteri

Struttura sistemica di un genocidio/1

di Giuseppe Onorati

 Nella storia si verificano gradazioni che, seguendo un ordine crescente, arrivano a toccare un punto massimo e per quanto questo non assicuri mai un limite, tuttavia per densità e forza di significato, obbliga l’opinione pubblica a porre particolare attenzione e riflettere senza indugio.

Questa introduzione, per quanto pecchi di astrazione e di un richiamo matematico poco consono a concetti qualitativi, può ben servire sinteticamente a descrivere la portata della relazione effettuata per l’ONU dalla giurista italiana Francesca Albanese in merito alla condotta genocida del governo israeliano verso i palestinesi ed ai conseguenti effetti che abbia suscitato.

Il 30 giugno scorso, durante la cinquantanovesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, Relatrice speciale che monitora la situazione in merito ai diritti umani nei territori palestinesi occupati da Israele dal 1967, ha presentato il suo ultimo rapporto Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio.

Dal titolo già si evince con chiarezza il senso del lavoro della dottoressa Albanese, che con dovizia di dati ed attenta ricostruzione analitica evidenzia il micidiale sviluppo verificatosi nei comportamenti israeliani verso i palestinesi nei territori di questi occupati, andando da rapporti di occupazione coloniale a sistematica politica genocida. Il rapporto offre una descrizione completa di come sia strutturato il sistema che abbia permesso e permetta al governo israeliano di porre in essere una netta politica di oppressione verso i palestinesi, che ormai dopo il sette ottobre del 2023 ha sempre più guadagnato i connotati di un’azione genocida conclamata.

Il rapporto, riferendosi alla Convenzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul reato di genocidio, evidenzia una sorta di sviluppo della condotta del governo israeliano, che da occupazione coloniale, con crescente marginalizzazione della popolazione palestinese (l’Albanese parla chiaramente di un regime di apartheid a cui è stata sottoposta la popolazione palestinese), in seguito agli attentati terroristici del sette ottobre 2023 di Hamas, ha iniziato un’intensa e sistematica azione vessatoria e distruttiva indiscriminatamente, verso tutti i palestinesi a Gaza ed in Cisgiordania. Il fuoco dell’attenzione nel lavoro della dottoressa Albanese è puntato sul fatto che in seguito all’attentato del 2023, l’esecutivo israeliano abbia utilizzato il drammatico accadimento e la necessità di combattere all’ultimo sangue l’organizzazione terroristica di Hamas, per intraprendere una politica di sistematica devastazione ai danni dell’intera popolazione palestinese, disponendo di una complessa struttura sistemica in cui interagiscono diversi attori: dalla complicità di Stati e governi, alle multinazionali nel campo degli armamenti, delle tecnologie avanzate e della logistica; da istituzioni finanziarie, a quelle culturali e scientifiche.

Il rapporto non lascia dubbi per la precisione descrittiva ed analitica utilizzate nella configurazione dell’articolato sistema funzionale alla politica genocida israeliana ed in merito, per comprenderne in modo efficace la portata, è utile addentrarsi in parti salienti della relazione, che fanno risaltare le varie soggettività ed i rispettivi ruoli coperti nel concorrere alla devastazione del governo israeliano a danno dei palestinesi.

“Mentre i leader politici ed i governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana dell’occupazione illegale, dell’apartheid e ora del genicidio” è scritto nel rapporto. Viene dettagliatamente presentata la lista di grandi aziende che offrono al governo di Tel Aviv il supporto in settori chiave come gli armamenti, la tecnologia avanzata, la logistica ed il settore finanziario; poi, in particolare dal paragrafo 82 all’86 è messo in risalto l’importante nesso sistemico fra mondo dell’università e della ricerca ed aziende in settori altamente strategici.

Forniture di armamenti, supporto logistico e tecnologico avanzato

Tecnologie fino all’ottobre 2023 usate per spingere i palestinesi fuori dai territori occupati, sono divenuti da quel momento strumenti di uccisione di questi, rendendo Gaza una sorta di campo in cui si sono testate le armi “in battaglia” al fine di apprezzarne il valore e la funzionalità. Aziende israeliane e multinazionali hanno offerto al governo di Benjamin Netanyahu armamenti, supporto logistico e tecnologico per forme di sorveglianza biometrica, analisi predittiva tramite intelligenza artificiale e servizi cloud essenziali per coordinare operazioni militari. La sistematica attività di repressione e distruzione infrastrutturale Israele la perpetra ai danni dei palestinesi grazie a tecnologie avanzate: piattaforme di difesa aerea, droni, strumenti di targeting alimentati dall’intelligenza artificiale e “perfino il programma F-35 guidato dagli Stati Uniti”. All’appello per la fornitura di armamenti e materiale bellico, risultano in prima linea le israeliane Elbit systems e Israel Aerospace industries, che con l’aumento della spesa militare da parte d’Israele del 65 per cento fra il 2023 ed il 2024 (pari circa a 46,5 miliardi di dollari) hanno ottenuto una certa crescita; per di più il rapporto della dottoressa Albanese, evidenzia come l’utilizzo delle armi nei territori palestinesi occupati, divenga una “prova in battaglia” per le armi che poi vengono commercializzate, da un paese, Israele, che fra il 2020 ed il 2024 risulta l’ottavo esportatore nel settore armamenti.

Oltre alle due aziende israeliane, anche colossi internazionali hanno preso parte alla fornitura ed al supporto, infatti il rapporto dice che lo Stato israeliano “beneficia del programma di approvvigionamento della difesa mai realizzato (per il jet da combattimento F-35), guidato dalla Lockheed Martin con sede negli Stati Uniti, insieme ad almeno altre 1650 aziende, incluso il produttore italiano Leonardo S.p.A. e otto Stati”; dall’ottobre 2023 questi equipaggiamenti hanno dato al governo israeliano un “potere aereo senza precedenti”, con una stima di ottantacinquemila tonnellate di bombe sganciate contro i palestinesi, arrivando a 179411 vittime fra feriti e morti.

Vanno ricordate poi le componenti per gli armamenti forniti dalla giapponese Fanuc corporation e dalla danese A.P. Moller-Maersk A/S ma soprattutto, un rilievo particolare per il ruolo che hanno giocato, lo hanno le società che svolgono servizi legali, di auditing e consulenza (in merito soprattutto alla sorveglianza). Fra queste annovera il rapporto la israeliana NSO Group che tramite il suo spyware Pegasus ha permesso la sorveglianza di attivisti palestinesi (la società già aveva offerto lo stesso servizio nell’ Unione Europea verso politici di opposizione e giornalisti); IBM, Microsoft, Alphabet Inc di Google ed Amazon,  che forniscono infrastrutture. IAI, Elbit System e Rada Electronic Industries ( proprietà di Leonardo S.p.A.) hanno offerto collaborazione per rendere il buldozzer D9 della Caterpillar automatizzato e comandabile a distanza e si è rivelato un’arma centrale per Israele dal 2000 nelle operazioni d’incursione, distruzione e uccisione nei territori palestinesi occupati . Per operazioni di distruzione ed espropriazione, Israele importa poi mezzi pesanti HD Hyundai e Volvo, mentre la tedesca Heildelberg Materials Ag., tramite la propria Hanson Israel preleva roccia dalla cava Nahal Rba dai territori confiscati ai palestinesi in Cisgiordania.

Importanza delle risorse naturali

Ovviamente un peso notevole hanno le risorse naturali, soprattutto quelle che costituiscono le fonti da cui ricavare energia.  L’israeliana Mekorot monopolizza l’acqua sui territori occupati; Drummond Company Inc. e Swiss Glencore plc, forniscono ad Israele il carbone per la produzione di elettricità (importato per la maggior parte dalla Colombia), con la società svizzera, che ha anche collaborato per l’importazione di materie prime dal Sud Africa; l’israeliana NewMedEnergy poi, in collaborazione con la statunitense Chevron corporation estrae gas naturale dai giacimenti Leviathan (il maggior giacimento del Mediterraneo) e Tamar, mentre sempre la Chevron corporation con la BP contribuiscono in larga parte all’importazione di petrolio greggio in Israele.

E’ poi molto importante il caso del settore agro-alimentare che nel rapporto di Francesca Albanese, dimostra come ci sia una relazione diretta fra occupazione dei territori palestinesi e vantaggi produttivi. Le israeliane Tnuva, leader nel settore alimentare (posseduta dalla cinese Brigth Dairy and Food Co. Ltd) e Natfim, forte colosso dell’irrigazione a goccia, hanno tratto beneficio dall’espropriazione dei territori palestinesi, in particolare la seconda ha sfruttato in modo intensivo le risorse idriche della Cisgiordania. I prodotti dell’agro-alimentare poi vengono allocati sui mercati globali e come bene evidenzia il rapporto, in mercati come quello dell’Unione Europea, in cui è richiesta l’etichettatura, questi prodotti vengono commercializzati, lasciando ricadere la responsabilità sul consumatore non informato, quando invece, dovrebbe  l’Unione non permettere l’ immissione sui propri mercati di tali prodotti, in quanto posti in essere in territori illegalmente occupati secondo il diritto internazionale.

Addirittura il settore turistico risulta fra i beneficiari dell’occupazione, come Booking e AirBnb.

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