di Giuliano Longo
La visita di Benjamin Netanyahu a Washington ha puntato i riflettori politici sulle divisioni all’interno del Partito Democratico in merito alla guerra a Gaza. Dopo il ritiro di Joe Biden dalla corsa presidenziale, la probabile candidata democratica, Kamala Harris, eredita una questione politicamente spinosa che ha tormentato Jor Biden dopo gli attacchi di Hamas nell’ottobre 2023. Harris dovrà quindi trovare un difficile equilibrio le sue reali posizioni su Israele e Palestina e la difesa del curriculum di un’amministrazione in cui è ancora impegnata.
Partiamo dal fatto che Kamala lo ha deciso di non essere presente al discorso di Netanyahu al Congresso (ufficialmente assente per pregressi impegni) come decine di altri parlamentari democratici, alimentando la speranza, nei circoli progressisti, che lei possa adottare una posizione più dura nei confronti di Israele. Certamente un simile mutamento di atteggiamenti potrebbe essere fondamentale per convincere gli elettori filo-palestinesi, delusi da Biden, a presentarsi alle urne a novembre e votarla. Generalmente i vicepresidenti seguono la linea del partito in materia di affari esteri. Ma Harris è stata insolitamente schietta sulla politica statunitense nei confronti del Medio Oriente. A dicembre, ad esempio, ha tenuto un discorso a Dubai dopo aver incontrato i leader di diversi stati arabi, nel corso del quale ha espresso preoccupazione per la portata delle sofferenze dei civili a Gaza. Ovviamente ha ribadito la posizione dell’amministrazione Biden riguardo al diritto di Israele di difendersi da Hamas., ma ha anche insistito sul fatto che “il diritto umanitario internazionale deve essere rispettato“, sottintendendo che la condotta di Israele rischiava di non essere all’altezza di tale standard. “Mentre Israele si difende, è ancheimportante (vedere) come” ha affermato. A marzo, Harris è stata la prima funzionaria di alto livello dell’amministrazione a chiedere un “cessate il fuoco immediato”. Poi è stata molto decisa nel criticare la gestione da parte del governo israeliano delle conseguenze umanitarie della sua guerra, che ha portato a “condizioni disumane”a Gaza. Dichiarazioni abbastanza forti da spingere i funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale a intervenire e per moderarli , mentre lei dichiarava “la nostra comune umanità ci obbliga ad agire”chiedendo a Netanyahu di “fare di più per aumentare significativamente il flusso di aiuti. Nessuna scusa”. Realisticamente, la saggezza politica convenzionale negli Stati Uniti suggerisce che Harris si trovi di fronte a un compito arduo nel tradurre la consonanza politica tra la sua posizione e quella di Biden, per trasformarla in un successo elettorale a novembre. Generalmente il pubblico statunitense poco interessato alla politica e tato meno a quella internazionale, quindi, quando la maggior parte delle persone entra nei seggi elettorali, sono le questioni dell’inflazione, dei tassi di interesse e dell’immigrazione a determinare l’esito del voto. Dalle rilevazioni risulta che la percentuale di americani che classificano qualsiasi questione di politica estera come il problema più importante che il paese deve affrontare. si aggira in media intorno al 10%-20%.Circa tre volte in più elettori sono interessati principalmente alle questioni economiche. Le proteste pro-palestinesi nei campus universitari all’inizio di quest’anno e le dimostrazioni a Washington questa settimana potrebbero quindi esagerare l’importanza di una questione che anima solo una minoranza per quanto fortemente attiva. Ma ricerche recenti suggeriscono che queste statistiche potrebbero dare un’impressione fuorviante del modo in cui gli individui valutano i candidati politici. In pratica, gli elettori tendono a preoccuparsi meno di questioni specifiche , ma piuttosto se un candidato abbia i giusti attributi personali per essere un comandante in capo efficace . I commenti di Harris sulla guerra potrebbero aiutarla a proiettare un’immagine più ampia di una leader pronta a sostenere determinati valori sulla scena mondiale, come l’importanza di sostenere il diritto internazionale e proteggere i diritti umani, in netto contrasto con la posizione di Donald Trump. Durante il loro o dibattito del 2024 a giugno, Trump invitò Biden a lasciare che Israele “finisse il lavoro”senza ulteriori restrizioni da parte di Washington, mostrando pochi scrupoli sul modo in cui Israele sta conducendo la sua guerra nella Striscia di Gaza. Le posizioni di Harris e Trump su Israele dimostrano invece che nel 2024 la scelta sarà tra un candidato impegnato a difendere l’ordine internazionale basato sulle regole e uno che ha una comprovata esperienza nel minarlo. C’è anche una semplice ragione matematica per cui questo potrebbe avere importanza a novembre. L’esito delle elezioni presidenziali di quest’anno probabilmente si ridurrà a sottili margini in una manciata di stati . Tra questi, il Michigan,dove più di 100.000 giovani elettori e arabi americani hanno dimostrato la loro insoddisfazione per la gestione della guerra a Gaza da parte dell’amministrazione Biden, esprimendo il loro voto “non impegnato” alle primarie democratiche dello Stato a febbraio. Questo in uno Stato che Trump ha vinto nel 2016 con soli 11.000 voti (ma ha perso nel 2020). Anche se la politica estera dovesse avere un impatto limitato sui voti a livello nazionale, la posizione assunta da Harris su Gaza potrebbe essere sufficiente a far pendere la bilancia del confronto. Supponendo che Biden non si pieghi alle pressioni dei critici repubblicani che chiedono le sue dimissioni, Joe continuerà a ricoprire il ruolo di comandante in capo per altri sei mesi. Ma i presidenti al tramonto del loro mandato devono comunque prestare attenzione al calendario politico quando prendono decisioni su guerra e pace. ome molti dei suoi predecessori, Biden probabilmente si rivolgerà alla politica estera come mezzo per consolidare la sua eredità.Un accordo di cessate il fuoco a Gaza potrebbe essere uno scenario promettente. Se l’amministrazione fosse in grado di mediare un accordo tra Israele e Hamas prima delle elezioni, aiuterebbe anche Harrisriducendo la rilevanza di una questione politica delicata. Dopo essersi fatto da parte in favore del suo vicepresidente, Biden (tardivamente) mira a diventare il presidente di transizione come un tempo aveva promesso di essere. Su Israele, potrebbe davvero garantire una transizione verso la pace in Medio Oriente. Altro discorso è l’Ucraina sulla quale Kamala ha le stesso posizioni se non più oltranziste. Ma i segnali di fumo che si levano, almeno per una tregua, potrebbero scippare a Trump il ruolo di “pacificatore”, lasciando a Kamala il compito di gestirlae magari restaurare un periodo di Pace. Anche se in verità non appare, per ora come una futura grande presidente come Kennedy, Jhonson e Obama….come non lo è stato Biden né potrebbe esserlo Trump. Harris potrebbe rappresentare il ponte tra la generazione di leader democratici di Biden, che condividono un profondo legame personale con lo Stato di Israele, e un gruppo più giovane di progressisti molto più propensi a criticare le politiche del governo israeliano.
aggiornamento la crisi mediorientale ore 14.03
