Economia e Lavoro

Transizione energetica: l’Occidente perde terreno sulla Cina

 

di Gino Piacentini

Nonostante gli sforzi protezionistici degli Stati Uniti e dell’Europa, la Cina resta saldamente al centro della produzione globale di tecnologie pulite. È quanto fotografa l’ultimo rapporto Energy Transition Supply Chains 2025 di BloombergNEF (BNEF), che analizza lo stato delle catene di approvvigionamento per moduli fotovoltaici, turbine eoliche, batterie ed elettrolizzatori.

Il quadro delineato da BNEF è duplice: da una parte si consolida la leadership cinese, dall’altra si aprono nuove rotte commerciali verso i mercati emergenti. Secondo il report, Pechino controlla oltre il 70% della capacità manifatturiera globale delle principali tecnologie energetiche pulite, con l’unica eccezione degli elettrolizzatori, dove l’Europa mantiene ancora un primato industriale.

Il fenomeno della sovrapproduzione cinese, esploso negli ultimi anni, ha portato a un drastico calo dei prezzi che sta mettendo sotto pressione l’industria occidentale, provocando chiusure e bancarotte tra i produttori europei di fotovoltaico e batterie. Tuttavia, le imprese cinesi, pur registrando tagli e riduzione dei profitti, hanno consolidato il loro predominio. Nel 2024 la Cina ha catalizzato il 76% degli investimenti globali in nuovi siti produttivi: la spesa interna cinese è stata cinque volte superiore a quella di tutti gli altri Paesi messi insieme.

Secondo BloombergNEF, la sovraccapacità generata continuerà almeno fino al 2027, con effetti significativi soprattutto su fotovoltaico e batterie.

L’Occidente tra incentivi e ostacoli politici

In Europa e Stati Uniti, la strategia punta a ridurre la dipendenza dalle importazioni cinesi, ma i risultati sono ancora parziali. L’Unione Europea ha varato iniziative come l’Industria Net Zero Act e il Clean Industrial Deal, con l’obiettivo di rilocalizzare la produzione. Tuttavia, i fondi stanziati – circa 32,5 miliardi di dollari – risultano insufficienti a sostenere efficacemente l’industria, che continua a ridimensionarsi.

Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act (IRA) ha offerto incentivi fiscali tra i più generosi a livello globale, ma i nuovi dazi sulle attrezzature cinesi introdotti dall’amministrazione Trump rischiano di rallentare gli investimenti. BloombergNEF stima che circa 110 miliardi di dollari di progetti industriali siano ora a rischio a causa delle incertezze politiche.

I mercati emergenti: la nuova destinazione del Made in China

Mentre le economie avanzate alzano barriere, i Paesi in via di sviluppo accelerano sull’importazione di tecnologie cinesi. Dal 2022 al 2024, la quota di prodotti cinesi destinati ai mercati emergenti è salita dal 24% al 43%.

“Quest’anno abbiamo assistito a rapidi cambiamenti nei dazi e nelle politiche industriali”, commenta Antoine Vagneur-Jones, responsabile commercio e catene di approvvigionamento di BNEF. “Sebbene il contesto resti instabile, una cosa è chiara: la sovraccapacità e l’espansione nei mercati emergenti definiranno il futuro delle catene di approvvigionamento per le tecnologie della transizione energetica.”

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