Di Balthazar
Finora, la Cina ha avuto un’esperienza molto migliore del previsto con la presidenza di Donald Trump 2.0 e probabilmente il presidente Xi Jinping gode nel vederlo agitare i mercati globali, bruciare alleanze democratiche e distruggere in soli 18 giorni il soft power che l’America aveva accumulato in decenni.
Il tutto mentre il benefattore di Trump Elon Musk getta sabbia negli ingranaggi delle istituzioni statunitensi e si fa strada mettendo le mani sui dati sensibili sinora segreti, minando la fiducia degli alleati e non solo.
Sebbene Trump abbia imposto “solo” il 10% di dazi a Pechino, rispetto al 60% che aveva minacciato, il conflitto pare appena iniziato. Solo che il protagonismo egemonico sull’economia di Trump è minacciato da alcuni segnali che non vanno sottovalutati.
Come il recente calo alla borsa di Wall Street dove le sue politiche rischiano di “sfondare” il mercato azionario e scontentare gli aspiranti oligarchi che affollano nell’orbita di Trump 2.0. Non è quindi da escludere che i consiglieri del presidente lo stiano avvertendo della minaccia devastante di una enorme guerra commerciale della quale soffrirebbe anche Wall Street e gli Stati Uniti.
Dalla vittoria di Trump a novembre, Xi ha posizionato la Cina come una potenza più stabile rispetto agli Stati Uniti – come custode del libero scambio e delle istituzioni finanziarie multilaterali. Pechino afferma di essere pronta a proteggere la globalizzazione dalle “gravi sfide” di un “nuovo periodo di turbolenze e cambiamenti” e interruzioni. Avvertimento che aveva già lanciato al summit economico finanziario di Davos nel 2017.
Nessun passo recente ci dice di più sul “disprezzo per la reputazione globale dell’America” di Trump come lo smantellamento, probabilmente incostituzionale, della Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) senza l’approvazione del Parlamento. L’episodio rivela il nichilismo della politica estera di Trump, che non riconosce alcuno scopo positivo agli Stati Uniti negli affari mondiali.
Anche se Trump si lamenta del dominio della Cina, proprio lui sta aprendo la strada alla più grande economia dell’Asia per aumentare la sua influenza a spese dell’America. La fine degli aiuti allo sviluppo degli Stati Uniti crea più spazio per la Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino per espandere la sua colossale strategia di investimento infrastrutturale in tutto il mondo, in particolare a Sud, Africa e America Latina.
Se qualsiasi deterioramento della leadership e della credibilità degli Stati Uniti andasse a beneficio della Cina, questo varrebbe anche per le merci cinesi. In mezzo al caos politico a Washington sul perché il Di partimento del Tesoro abbia dato a Musk l’accesso al sistema di pagamenti federali degli Stati Uniti.
Se Tokyo, che detiene più di 1,1 trilioni di dollari di titoli del Tesoro USA, o Pechino, con 770 miliardi di dollari, dubita sulla salute del dollaro come della valuta di riserva, potrebbero aprire la danza delle vendite di debiti con rendimenti in aumento di dimensioni gigantesche. Una situazione che potrebbe anche giocare a favore di Pechino che sta lavorando da anni per internazionalizzare lo yuan nel commercio e nella finanza globale.
Oltre alle accese aggressive di Trump, sta cercando di mettere in atto un altro taglio delle tasse per i multimiliardari e di strappare il potere decisionale alla Federal Reserve e forse svalutare il dollaro, con il rischio che le Agenzie di Rating a breve declassino il debito degli Stati Uniti..
Certamente o alla fine le tariffe saranno imposte, ma il problema è che la tattica minacciosa di Trump è funziona solo contro paesi molto più deboli. Colombia e Panama con non hanno altra scelta che capitolare altrimenti le loro economie crolleranno, ma con la Cina il gioco cambia perché possiede le dimensioni e la leva per colpire gli Stati Uniti in modi che altri paesi non si possono permettere, UE compresa.
La domanda a cui nessuno può rispondere è se Trump possa vendicarsi (come nella sua natura) in modi più grandi della rappresaglia iniziale di Pechino. Gli economisti di Morgan Stanley scrivono “ci aspettiamo ancora che gli Stati Uniti imporranno più dazi sulla Cina entro la fine dell’anno come parte dei suoi più ampi obiettivi di politica commerciale”, che inviteranno la Cina a misure di contro-rappresaglia. Un gioco infinito che vorrebbe solo vedere chi resta sul terreno
Parte della questione è la frustrazione di Trump per il quale, nonostante le misure statunitensi dai tempi del Trmp.01 sino a quelle di Ioe Biden, non hanno rallentato la traiettoria della Cina, nemmeno le restrizioni tecnologiche. Anzi gli sforzi degli Stati Uniti per frenare i progressi tecnologici della Cina potrebbero avere l’effetto opposto. ovvero accelerare la mossa per l’autosufficienza e l’innovazione.
DeepSeek, Huawei e altri stanno offrendo casi di studio su come laChina Inc sta elaborando soluzioni alternative ai chip statunitensi e ad altri controlli sulle esportazioni di tecnologia, incentivando l’innovazione interna.
La Cina trarrà vantaggio in altri modi dalle tariffe di Trump 2.0 che intanto costeranno care agli alleati USA Giappone, Corea del Sud, Taiwan e alcuni governi del sud-est asiatico. .L’aumento delle tensioni tra Washington e le principali democrazie asiatiche potrebbero generare maggiore sfiducia, aumentando l’appeal della Cina come alternativa più liberista degli stessi Stati Uniti.
Xi sta ancora raccogliendo i frutti dal Trump 1.0 tanto che il patto commerciale Trans-Pacific Partnership avviato dagli Stati Uniti è diventato un accordo globale per il partenariato transpacifico (CPTPP) senza gli Stati Uniti fondatori.
, mentre il Trump 2.0 si sta aggrappando a una linea sbagliata contro il dominio cinese. Anche l’uscita degli Stati Uniti dalla USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale) è una vittoria per Pechino. Se l’agenzia muore verrà meno la reputazione degli Stati Uniti come un paese che ha una visione illuminata dei propri interessi del proprio interesse negli affari mondiali.
aggiornamento i dazi di Trump ore 13.28
