La guerra di Trump

Trump, affondare ogni nave che mette mine a Hormuz

di Irene Panzeri (*)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto sapere tramite un post sul social Truth di aver “ordinato alla Marina degli Stati Uniti di sparare e affondare qualsiasi imbarcazione che stia posizionando mine nelle acque dello Stretto di Hormuz”. Poi ha assicurato che le navi dragamine statunitensi sono al lavoro “proprio in questo momento per bonificare” l’area. La cruciale via navigabile resta al centro del conflitto tra Washington e Teheran, con entrambi i blocchi navali in vigore, quello imposto dai pasdaran e quello dalle forze Usa. Teheran ha fatto sapere di aver ricevuto i primi pagamenti di pedaggi da parte delle navi che hanno attraversato lo Stretto. “I primi introiti derivanti dai pedaggi del transito di Hormuz sono stati depositati sul conto della banca centrale”, ha fatto sapere un funzionario del governo di Teheran, precisando che le tariffe variano a seconda del tipo e del volume del carico e sono legate alle condizioni di navigazione del corso d’acqua. Nel frattempo l’esercito degli Stati Uniti hanno fatto sapere di avere sequestrato nell’Oceano Indiano un’altra petroliera battente bandiera della Guyana e legata al contrabbando di petrolio iraniano, la Majestic X. La nave si trovava fra lo Sri Lanka e l’Indonesia ed era diretta in Cina.

Le crepe che la Repubblica islamica non mostra a livello militare, sembrano nel frattempo emergere tra le varie anime del regime: le figure più moderate, pronte a negoziare con Washington, e l’ala più intransigente. Proprio disaccordi tra loro, secondo i media iraniani indipendenti, avrebbero portato al ritiro della delegazione da Islamabad. “L’Iran sta avendo grosse difficoltà a capire chi sia il proprio leader!”, ha scritto Trump sui social, “la lotta interna tra gli ‘integralisti’ e i ‘moderati’ è pazzesca!”. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha assicurato sui social che nel Paese “non esistono né ‘integralisti’ né ‘moderati’. Siamo tutti iraniani e rivoluzionari”, ma fonti israeliane hanno riferito al Guardian della decisione del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, volto dell’ala più moderata, di dimettersi dalla guida della delegazione nei colloqui, di cui non è finora stato previsto un nuovo round.

Sono ospitati a Washington invece quelli tra Israele e Libano per estendere la tregua di 10 giorni in scadenza domenica sera. L’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Moawad e il suo omologo israeliano Yechiel Leiter si incontrano per la seconda volta in una settimana, a pochi giorni dal primo round di colloqui diretti tra i due Paesi degli ultimi 30 anni. Sul tavolo il tema centrale è il disarmo di Hezbollah, che non riconosce i colloqui in corso e non si fida di Tel Aviv, a maggior ragione dopo l’uccisione in un raid dell’Idf, lanciato durante il cessate il fuoco, della giornalista Amal Khalil. In passato la reporter del quotidiano Al-Akhbar aveva denunciato di aver ricevuto minacce da numeri di telefono israeliani.

(*) La Presse

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