di Giuliano Longo
Improvvisamente, le probabilità di un accordo commerciale tra Cina e Stati Uniti tornano ad aumentare ora che il Presidente cinese Xi Jinping ha espresso la volontà di incontrarsi con Donald Trump alla Casa Bianca, ma con chiare posizioni.
Come riportano l’agenzia Bloomberg e altre testate giornalistiche, Xi vuole che Trump e il suo gabinetto moderino i toni, chiariscano esattamente cosa Washington vuole e nominino una persona specifica per guidare i colloqui. Dal canto suo la Cina ha già nominato un nuovo rappresentante commerciale mercoledì scorso.
Ognuna di queste opzioni potrebbe rivelarsi un fallimento data la capricciosa propensione del presidente degli Stati Uniti ad assoli sui social media e a cambiare radicalmente le sue politiche una dopo l’altra. Dopotutto, le tasse di Trump sui beni cinesi sono aumentate a velocità vertiginosa dal 10% al 145%.
Ma la vera domanda non è se Xi e Trump riusciranno a raggiungere un accordo commerciale, ma se questo non sarà altro che un tentativo di salvare la faccia su un rapporto commerciale, economico finanziario in declino da almeno 15 anni.
La notizia di questa settimana è che il prodotto interno lordo cinese ha superato le aspettative, crescendo del 5,4% su base annua nel primo trimestre. Pechino si sta muovendo verso l’area tariffaria Trump 2.0 con le spalle abbastanza forti, non a pieno regime, ma nemmeno con le difficoltà catastrofiche che molti economisti, soprattutto occidentali, prevedono da anni.
Xi ha anche fatto un gran gesto nel contrastare la raffica di dazi di Trump, affermando di essere pronto ad affrontare i disagi che questa guerra commerciale potrebbe imporle. Inoltre il rischio che gli Stati Uniti si stiano dirigendo verso un periodo di crescita stagnante con un’inflazione elevata rappresenta una sfida sempre più grande per la Federal Reserve americana.
Per comprendere come si stia muovendo la Cina va citato l’incontro di Xi con il Segretario del Partito Comunista vietnamita To Lam nel corso del quale hanno concordato di “opporsi congiuntamente alle prepotenze unilaterali” che Trump ha imposto al Vietnam con un dazio del 46% il 2 aprile.
L’agenzia di stampa ufficiale Xinhua ha citato Xi, il quale ha affermato “Dobbiamo rafforzare la determinazione strategica e sostenere la stabilità del sistema globale di libero scambio, nonché delle catene industriali e di approvvigionamento“.
Come rilevano molti osservatori e media occidentali le affermazioni del Presidente Cinese rappresentano una mossa tattica molto astuta. Mentre Trump sembra determinato a far saltare il sistema commerciale globale, la Cina si presenta come difensore del commercio basato su regole e il libero scambio, dipingendo gli Stati Uniti come una nazione canaglia sconsiderata.
A Phnom Penh, Xi ha promosso anche l’idea di una “famiglia asiatica” in grado di sfruttare l’unità regionale per una maggiore stabilità economica, che tra le righe significa una opposizione al “divide et impera” trumpiano che prende di mira le economie di tutte le grandi nazioni industrializzate, comprese quelle del Sud del mondo.
Un segnale viene il primo ministro del Consiglio di Stato cinese, Li Qiang, si è concentrato sul mercato dei telefoni in Europa, il secondo per importanza. Qiang e Ursula von der Leyen hanno discusso “del ruolo cruciale della Cina nell’affrontare la possibile deviazione degli scambi causata dai dazi, soprattutto nei settori già colpiti dalla sovraproduzione globale“.Fine modulo
Ma molti analisti e politici europei mettono in guardia dal dare per scontati gli sforzi diplomatici della Cina ricordando che se durante la Guerra Fredda le economie non allineate con gli Stati e con l’Unione Sovietica rappresentavano solo il 18% della produzione globale e il 14% del commercio mondiale, oggi, fra le quali la UE, rappresentano il 44% della produzione globale e il 64% degli scambi commerciali. Quindi l’Europa disporrebbe della chiave per l’esito finale di questa rivalità tra Stati Uniti e Cina.
Nel 2024, la Cina ha esportato 516 miliardi di dollari di merci verso l’UE, quasi la stessa cifra che ha esportato verso gli Stati Uniti. Sebbene la Cina spedisca di più verso le 10 economie del Sud-Est Asiatico (ASEAN), è “realistico” supporre che un terzo delle spedizioni dirette verso gli Stati Uniti possa venire reindirizzato a questi Paesi.
L’Europa potrebbe quindi rappresentare l’ago della bilancia degli scambi internazionali, ma certamente non a favore della Cina o dei Brics se, come pare, Trump decidesse di trattare con i Paesi Europei anche uno per uno, confermando in sostanza il blocco degli interessi commerciali dell’Occidente nei confronti di Pechino.
Una situazione che potrebbe accelerare un accordo bilaterale USA- Cina, ma anche una sostanziale divisione del mondo fra Occidente a trazione americana e un sud, sud est a trazione cinese. Questa è forse nel tempo la soluzione di un eventuale accordo, ma è anche il preludio ad uno scontro che potrebbe divenire militare.
