di Giuliano Longo
Invece di scatenare il panico a Pechino, l’annuncio di Trump dei suoi esorbitanti dazi, il Governo cinese ha replicato con contromisure analoghe, replicato l’escalation tariffaria. Mentre in precedenza aveva già preso di mira 15 miliardi di dollari di esportazioni agricole statunitensi, sferrando un colpo preciso alle roccaforti del Partito Repubblicano, proprio durante il picco della stagione della semina.
In questa guerra di logoramento, Pechino non si limita a reagire, ma si evolve. Dalla prima iterazione della guerra commerciale di Trump nel 2018, la Cina ha ristrutturato il suo portafoglio di importazioni, accogliendo Brasile e Russia.
Se i prodotti agricoli americani un tempo rappresentavano il 40% del mercato cinese ora tale quota è scesa al di sotto del 20% poiché attualmente Brasile e Russia compensano la crescente domanda cinese con meno vincoli politici.
Ma il cambiamento nel commercio agricolo è solo una parte della storia.
Pechino ha iniziato a strumentalizzare il suo dominio nel mercato delle terre rare, limitando le esportazioni di minerali essenziali utilizzati nei semiconduttori, nei veicoli elettrici e nei sistemi di difesa. Mosse che fanno parte di un lungo percorso: una ricalibrazione strategica in corso da anni.
Emerge così una scomoda verità al centro della strategia tariffaria di Washington: la coercizione economica unilaterale sta perdendo il suo potere. Quella che nel 2017 poteva sembrare una leva finanziaria ora rischia di alienare gli alleati, destabilizzare le industrie nazionali e accelerare l’emergere di quel mondo multipolare che gli Stati Uniti cercano di prevenire.
L’Europa, un tempo ampiamente allineata con gli sforzi degli Stati Uniti per fare pressione sulla Cina, sta mostrando segni di disillusione. Non è un caso che l’UE si è recentemente unita alla Cina nel presentare un reclamo all’Organizzazione Mondiale del Commercio contro gli aumenti tariffari di Washington. Anche nel Sud del mondo, paesi come Brasile, Turchia e Sudafrica stanno virando verso Pechino, attratti dagli investimenti, dall’accesso al mercato e da una narrazione di non interferenza economica in linea con la globalizzazione che ora Washington sta destrutturando.
Nel frattempo, i punti di forza tradizionali dell’America (dimensione, predominio della supply chain e innovazione) vengono contrastati in tempo reale. Dal 2020, la Cina ha triplicato la sua produzione di semiconduttori, è diventata il più grande produttore di veicoli elettrici al mondo e ha ampliato la sua presenza nelle tecnologie verdi.
Solo nel 2023, le aziende cinesi controllavano oltre l’80% del mercato globale dei pannelli solari e quasi il 60% della produzione globale di batterie.
Nel frattempo anche Pechino la Cina sta silenziosamente costruendo alternative finanziarie. La sua rete di accordi di swap valutari ora abbraccia più di 40 paesi, dall’Argentina agli Emirati Arabi Uniti. L’espansione del blocco BRICS ha dato a Pechino una piattaforma per sostenere gli sforzi di de-dollarizzazione. Sebbene questi sforzi siano ancora agli inizi, inviano un segnale: la Cina si sta preparando per un mondo in cui il predominio finanziario degli Stati Uniti non è più dato per scontato.
Certamente la Cina ha un sacco di problemi suoi, dal rallentamento del settore immobiliare alla spirale della disoccupazione giovanile, fino all’imminente crisi demografica. Ma Pechino è riuscita ad assorbire gli shock esterni con una resilienza notevole, mentre gli agricoltori, i produttori e le piccole imprese statunitensi stanno subendo il peso di una situazione di stallo sempre più costosa.
La guerra delle tariffe può essere un buon teatro per lo show politico, ma non rappresenta il sostituto di una strategia economica a lungo termine. Alienando gli alleati, distorcendo i mercati con contromisure che si propagano attraverso le catene di fornitura e i prezzi al consumo, non si riconquista quella leadership industriale che Trump vorrebbe ottenere.
Joe Biden aveva in gran parte mantenuto in vigore i dazi imposti da Trump nel suo primo mandato anche se con meno comportamenti esplosivi e dichiarazioni bellicose.
Ma la logica non era cambiata e Washington continua a scommettere che la sola pressione economica possa costringere la Cina nell’angolo della nuova globalizzazione.
Quindi non stiamo assistendo al rollback (di infausta memoria da Guerra Fredda) dell’ascesa globale della Cina poichè, mentre gli Stati Uniti stanno cercando gli strumenti consueti delle guerre commerciali, Pechino ne sta invece costruendo di nuovi, più interconnessi, più diversificati e presumibilmente più a prova di futuro.
Ma è altrettanto evidente che la Cina può resistere, ma non può vincere una guerra commerciale con gli Stati Uniti.
Innanzitutto, perchè l’economia cinese è meno di due terzi di quella americana. L’anno scorso, gli Stati Uniti hanno prodotto circa 29,2 trilioni di dollari di prodotto interno lordo. L’Ufficio Nazionale di Statistica cinese ha riportato 18,8 trilioni.
Inoltre il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina ha raggiunto i 295,4 miliardi di dollari lo scorso anno con il 5,8% rispetto al 2023, e, come NOTO, i paesi con surplu sono svantaggiati nelle guerre commerciali.
Ma se Pechino potrebbe piangere Washington avrà poco da ridere e la moratoria di 90 giorni sui dazi per 70 Paesi dimostra che qualcuno nell’entourage di Donald gli ha fatto sapere che nemmeno lui può vincere, in un mondo multipolare dove i players della partita non sono più solo due.
aggiornamento dazi ore 14.36
