La guerra di Putin

Ucraina i quattro anni di guerra fra propaganda, proclami e realtà

di Giuliano Longo (*)

Il quarto anniversario dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina ha costituito l’ennesima occasione perduta per guardare al conflitto con pragmatismo per trarre considerazioni circa l’opportunità di porre fine rapidamente a questa guerra..

In Europa come a Kiev la ricorrenza è stata invece una occasione pe un’assordante propaganda fatta di proclami retorici sulla sconfitta strategica di Vladimir Putin e ipotesi su obiettivi militari irraggiungibili, anche solo sotto il profilo militare.

La Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi militari in Ucraina. Non riuscendo ad avanzare sul campo di battaglia, prende deliberatamente di mira civili e infrastrutture critiche ucraine, comprese quelle energetiche, ospedali, scuole ed edifici residenziali, nel mezzo di un inverno rigido. Gli ucraini restano straordinari per fermezza, determinazione e resilienza”, hanno dichiarato all’unisono Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Roberta Metsola.

La realtà della situazione

Frasi vuote perché i russi non hanno conseguito tutti i loro obiettivi, ma stanno avanzando, come dimostrano gli stessi bollettini ucraini che ogni giorno riferiscono di decine o centinaia di droni e missili lanciati da Mosca, senza fare cenno agli obiettivi militari e ai soldati ucraini uccisi ma solo registrando le vittime civili.

Quanto alle infrastrutture critiche, i bellicosi europei dovrebbero ricordare che energia, ferrovie, ponti e logistica sono obiettivi legittimi in guerra come ha ben sperimentato la NATO quando mel 1999 devastò obiettivi simili in tutta la Serbia.

La guerra di logoramento di Putin sta progressivamente indebolendo la Russia e siamo determinati ad aumentare ulteriormente la pressione affinché Mosca ponga fine alla sua aggressione e si impegni in negoziati significativi verso la pace“, hanno aggiunto i tre leader della UE , ignorando quanto la guerra abbia devastato l’Ucraina e logorato l’Europa.

In Italia esponenti politici bipartisan immaginano un “risorgimento ucraino” con “una Russia impantanata” mostrando una rara ed inattesa competenza su questioni militari e sulla realtà al fronte.

Proprio quelli che vorrebbero che ogni ucraino si immolasse nella guerra contro la Russia con la speranza che “Mosca si arrenda”, come ha detto alla Conferenza di Monaco il cancelliere Frederik Merz, logorata ”da 1,2 milioni di caduti” (Kaja Kallas) nella certezza che “l’Ucraina vincerà” (Jens Stoltenberg) e che “accetterà serie trattative di pace solamente quando sarà militarmente ed economicamente in ginocchio”, come sostiene il ministro degli Esteri lettone Baiba Braze.

Non c’è bisogno di essere “putiniani” e “filo-russi” per notare che i leader europei parlano della guerra come se le truppe ucraine – non quelle europee o NATO – fossero alle porte di Mosca invece che in ritirata su quasi tutti i fronti.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte sostiene che la Russia “non è un orso ma bensì una lumaca” visto il ritmo blando con cui le sue truppe avanzano in Ucraina subendo “perdite folli” e aggiungendo che “vinceremo ogni battaglia con la Russia se ci attaccasse ora”. Affermazioni che allora smentirebbero la necessità del costoso riarmo europeo.

Cosa succede al Fronte

Kaja Kallas sostiene che “oggi la Russia è allo sbando, la sua economia è a pezzi e i suoi cittadini sono in fuga”, ma dimentica che l’Ucraina in bancarotta, al buio, con l’apparato industriale devastato e la popolazione priva di energia e riscaldamento, mentre 4 milioni di ucraini sono già fuggiti all’estero, altri si nascondono per non venire arruolati.

Mentre persino il filo ucraino l’americano neocon Institute for the Study of the War, ammette che i russi sono avanzati di 4.524 chilometri, più che nel secondo e terzo anno di guerra messi e che Mosca rivendica il possesso di ulteriori 731ovvero il 20% del territorio ucraino.

Attualmente – includendo anche i fronti sul confine tra gli oblast russi di Belgorod e Kursk con quelli ucraini di Sumy e Kharkiv- i russi schierano circa 750 mila militari, inclusi 100 mila ucraini russofoni delle regioni controllate da Mosca. Una forza alimentata dall’arruolamento di 400 mila militari a contratto e volontari ogni anno, numero riconosciuto anche da fonti NATO.

Le truppe ucraine attive sono circa 535 mila secondo il Canale Telegram ucraino Wartears che attribuisce a Kiev circa 860 mila caduti in quattro anni di guerra. Secondo il britannico Times gli ucraini hanno bisogno di arruolare 250 mila militari per sperare di vincere, ma le reali carenze delle forze di Kiev non riguardano il calo dei combattenti, ma anche quello del calo di armi e munizioni in arrivo dalla NATO. Zelensky stesso ha dichiarato di aver bisogno che la NATO addestri almeno 14 brigate, di averne chieste 10 ottenendone solo 2.

 

Il contrattacco scatenato dagli ucraini nei fronti di Zaporizhia, Dnipropetrovsk e nord Donetsk tra l’8 e il 10 febbraio che secondo Kiev avrebbe permesso di riconquistare 400 chilometri quadrati di territorio, è in realtà fallito, come ammettono anche osservatori e centri studi schierati al fianco di Kiev.

Nel frattempo il conflitto ha indotto i russi ad allargare il conflitto con nuove penetrazioni nelle regioni di Sumy e Kharkiv dove l’obiettivo per ora limitato, pare quello di estendere la fascia di sicurezza posta a protezione delle regioni russe di confine contro infiltrazioni ucraine.

Nel sud della regione di Kharkiv la grande battaglia in corso da mesi tra Kupyansk e Borova sembra lentamente volgere a favore dei russi, con il rischio che numerose brigate ucraine vengano accerchiate sulla sponda orientale de fiume Oskiol.

Nell’oblast di Donetsk quel che resta della “cintura di fortezze” ucraine subisce una crescente pressione dei russi che hanno conquistato Mirnograd e Pokrovsk, avanzano verso nord e ovest mentre e più a est le forze di Mosca sono penetrate a Lyman e controllano diversi quartieri meridionali di Kostantinyvka.

A Kherson la situazione resta immobile da anni se si escludono limitate battaglie per il controllo delle isole sul fiume Dnepr, ormai tutte in mano russa. A Zaporizhia invece l’evoluzione delle operazioni belliche ha portato i russi ad avanzare da sud e da est, a una quindicina di chilometri dal capoluogo dopo la caduta della roccaforte di Gulyapole.

Cosa succede in Europa?

Anche il riarmo dell’Europa – nonostante i tamburi di guerra – non appare sostenibile a breve. L’incremento delle spese militari non compensa i costi degli armamenti,  che in Europa sono cresciuti da 3 a 7 volte dal 2022, mentre gli Stati Uniti ci impongono – oltre al 5% del PIL da dedicare alla Difesa – anche di acquistare prodotti “made in USA” penalizzando così le nostre industrie.

Quella russa invece produce in 3 mesi quanto l’Occidente in un anno – come ha ammesso il segretario della NATO Mark Rutte – e nel 2025 ha registrato una produzione eccedente le esigenze belliche, esportando armamenti russi nel mondo dopo uno stop2023-24.

Conclusione

L’ottimismo europeo è più fumo che arrosto a meno che i “volenterosi” europei – in primis Francia e Regno Unito – prevedano – come annunciato dai Sevizi segreti russi – di sabotare i loro gasdotti verso la Turchia, e forse – nonostante le smentite – di favorire una prospettiva nucleare per Kiev o di estenderla a Polonia e Paesi Baltici, che la reclamano insistentemente.

Putin ha già fatto intendere – nel suo discorso di ieri – che potrebbe inzeppare di missili ipersonici di nuova produzione sia il confine Bielorusso. che l’enclave di Kaliningrad da dove potrebbe colpire quasi tutte le più importanti capitali europee.

La propaganda alimenta l’entusiasmo e la giusta solidarietà a Kiev, ma l’Orso Russo, tramutatosi un lumaca non starà certo ad aspettare il “riccio armato” di Von Der fra le zanne e sta cercando una via d’uscita con Trump che – anche non si trovasse – non lo metterà a cuccia nella sua tana minacciata.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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