di Giuliano Longo
Le ragioni del calo dei consensi per Zelensky in patria
Il quotidiano britannico Timespubblica oggi un articolo, documentato dai più recenti sondaggi ,secondo il quale la popolarità di Zelensky è in forte calo, tanto che oltre il 60% degli ucraini ritiene farebbe meglio a non ricandidarsi, ammesso che in costanza del vigore delle legge marziale, intenda farlo anche se il suo mandato è già ampiamente scaduto.
Sarà pur vero che mentre si è in guerra con la Russia le elezioni non sono opportune ma resta il fatto che sul futuro politico e personale del leader ucraino pesano molti fattori.
Il primo è l’innegabile sia puur lenta avanzata dei russi nel Donbasse nel Donetsk, nelle parti di quei territori ancora controllate da Kiev, mentre la sortita a Kursk in territorio russo, viene via via circoscritta da Mosca che sta creando una pericolosa sacca o calderone per le forze ucraine.
Se poi a nord si considerano i continui attacchi negli oblast di Karkhov e Sumy si comprende l’insistenza del presidente ucraino a chiedere più armi e più soldi, ma ancor di più a coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto.
Insomma è ormai chiaro, anche se in guerra pesa la propaganda dei contendenti, che l’Ucraina sta perdendo la guerra e la fornitura dei nuovi missili a lunga gittata non ribalterà l’esito del conflitto che ormai rischia di estendersi all’Europa.
La situazione interna all’Ucraina
In questo contesto, ed è il secondo elemento, mentre aumentano le diserzioni , i tentativi di fuggire all’estero, la volontà di non ritorno di quelli che già vi risiedono e una certa resistenza alla leva obbligatoria molto spesso coatta, la costante demolizione delle strutture energetiche da parte russa sta creando conduzioni durissime per la popolazione esposta ai rigori invernali di un Paese continentale e stepposo che spesso registra temperature glaciali.
Aggiungerei la postilla che Zelensky cominci a prendere sul serio la minaccia di Putin che potrebbe polverizzare il bunker da quale governa con il nuovo missile ipersonico penetrante nel sottosuolo.
E’ così il presidente Zelensky arranca per trovare il modo per arrivare almeno ad un cessate il fuoco, opzione non condivisa da Biden, ma che potrebbe allettare Trump .
Così ,dopo 3 anni di guerra propone, di “tornare ai confini recuperando il Donbass e la Crimea”, addio al suo “Piano per la Vittoria”che ha eccitato e apparentemente convinto, alcuni suoi alleati. Eppure a questa stessa soluzione si poteva arrivare già nel 2022 a pochi giorni dalla invasione, mentre oggi, nel silenzio dei media mainstream, i russi sono avanzati in territorio ucraino almeno quanto lo erano nelle primissime settimane dell’invasione del febbraio 2022.
Le trattative di pace del 2022
Allora dopo un primo incontro a Minsk il 28 febbraio 2022,in cui i russi presentarono condizioni inaccettabili, nei successivi round (cioè mentre falliva sul campo l’obiettivo del Cremlino di far saltare il governo Zelensky e sostituirlo con un governo amico) il 3 e 7 marzo e successivamente il 10, le delegazioni dei due Governi si. incontrarono in Turchia dove si parlarono Esteri ucraino Kuleba, dimissionato nel settembre di quest’anno e il suo omologo russo Lavrov.
I colloqui proseguirono fino al 29 marzo, quando a Istanbulle delegazioni si scambiarono una bozza di accordo redatta dagli ucraini e accettata dai russi come base di discussione. La bozza prevedeva che l’Ucraina sarebbe diventata un Paese permanentemente neutrale e avrebbe rinunciato all’adesione alla Nato, ma avrebbe potuto liberamente entrare nella Ue.
I russi chiedevano che l’esercito ucraino venisse ridotto mentre Kiev chiedeva ai Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Germania, Israele, Italia Polonia e Turchia di intervenire direttamente in caso di nuova aggressione, praticamente come se Kiev fosse già nella NATO.
La soluzione del problemaCrimeaveniva rimandata, dando alle parti 15 anni per trovare un accordo: una “concessione”della Russia, che mai prima aveva messo in discussione il proprio controllo sulla penisola. Le altre questioni territoriali (in particolare il Donbass) venivano lasciate a trattative dirette tra Zelensky e Putin. Cosa che oggi vorrebbe Zelensky che agli occhi del Cremlino ha perso ora ogni credibilità per qualsivoglia trattativa e ammesso che Washington (ne dubitiamo) glielo conceda .
Perché quei negoziati fallirono?
Perché allora i negoziati fallirono? Visti con gli occhi di poi a tre anni di distanz, quei negoziati erano sfavorevoli al futuro politico di Zelensky e della sua classe dirigente, anche se dubitiamo che fosse convinto di vincere la guerra, ma certo di ottenere quei benefici dall’Occidenteche l’hanno tenuto in piedi fio ad oggi.
Ma poi c’erano gli interessi di Stati Uniti e della vassalla Londrache alla svolta “democratica”dell’Ucraina stavano lavorando dal 2014 quando nel Donbass era in corso un conflitto con i secessionisti sostenuti da Mosca e con la Crimea già occupata, senza spettacolari emozioni di un Occidente così sensibile alle sorti di Kiev.
Sorti già decise ben prima dei moti di piazzaMaidane del successivo colpo di stato, addirittura ai tempi di Obamae piatto forte della politica estera di Hillary Clintonche mirava non solo al contenimento in gabbia dell’Orso russo, ma , se possibile, cavargli i denti soprattutto quelli delle forniture energetiche all’Europa a basso costo.
L’Ucraina dopo tutti i paesi dell’ex blocco sovietico doveva diventare il bastione fondamentale a Ridosso di Moscaper contenere le ambizioni panrusse di Putin. E mentre l’ucraina si armava, l’Occidente avrebbe provveduto a logorare Mosca sino al crollo dello stesso Putin, magari con un colpetto di stato alla Prigozin ,defunto capo della Wagner.
Che questi siano ancora gli obiettivi di tutto l’Occidente non è certo. Probabilmente ci crede ancora Biden e un settore rilevante della politica e della opinione pubblica americana. Un po menoTrump, ma con le ultime decisioni sui missili a lunga gittata e gli ulteriori 24 miliardi di dollari in aiuti a Kiev, il vecchio Joe gli sta legando le mani, a nostro avviso, per almeno tutta la metà del prossimo anno.
Conclusione
A meno che da un lato non prevalga l’oltranzismo atlantico e vengano sottovalutate le minacce atomiche di Putin e di nuovi armamenti. In tal caso la sorte dell’Ucraina conterebbe un fico secco, ma sarebbe la carta decisiva di un conflitto europeo che non è più l’unico, dal medio Oriente, alle tensioni su Taiwan, dal Sudan al risveglio dei tagliagole dell’Isis in Siria, per non parlare delle continue guerre per bande in Africa.
E allora? Allora il mondo è già sull’orlo della terza mondiale, salvo che Paesi come Cina, India in grande sviluppo, e perché no? La stessa Europa autonomamente riarmata, prendano in mano le iniziative di pace non lasciandole ai capricci (o meglio, agli interessi) di Washington. Facciamo l’ipotesi che molti danno per scontata, ovvero che Donald Trump cercherà di “imporre” una trattativa. Qualcuno pensa che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nella Ue sia più vicino di quanto lo fosse nel 2022? Che Zelensky potrà sedersi a un tavolo con Putin e discutere della Crimea? Che il Donbass tornerà sotto il pieno controllo di Kiev? Che Usa, Gran Bretagna e gli altri Paesi siano oggi più disponibili a fornire all’Ucraina quelle garanzie che non fornirono nel 2022?
aggiornamento la crisi russo-ucraina ore 14.03
