di Giuliano Longo
Dall’incontro Trump Zelensky a Washington emergono alcuni elementi che la grande stampa evita accuratamente di mettere in rilievo pur citandoli con titoli piuttosto evasivi.
Elementi che non solo danno il segno di una evoluzione, per quanto incerta, della prospettiva di pace in Ucraina, ma dimostrano anche che il rapporto diretto fra il presidente americano, per quanto russo offuscato da minacce di nuovi missili e sanzioni americane con relative risposte che adombrano un conflitto atomico, è sempre proseguito sottotraccia.
Il primo dato da non sottovalutare è che Zelensky al suo sbarco a Washington nemmeno era informato dell’incontro al vertice del 20 ottobre a Budapest fra i due con rispettive delegazioni ad alto livello, Non solo, ma che al vertice non parteciperà lo stesso Zelensky con il banale pretesto, addotto da Trump, che “i sue si odiano troppo”.
Una esclusione, ed è il secondo elemento anche se non nuovo, che lascia intendere non solo una certa marginalità delle attuali posizioni di Kiev, ma anche un certo scetticismo trumpiano sulle proclamate intenzioni di Kiev di una prossima controffensiva o addirittura di una riconquista dei territori occupati dai russi, caldeggiata da alcuni Paesi europei.
Ancora una volta i “volenterosi” europei e la Nato vengono emarginati, almeno inizialmente, da un processo in corso di cui dubitiamo siano stati precedentemente e tempestivamente informati e tanto meno della possibilità che Putin accetti almeno un qualsiasi “cessate i fuoco” che pare in cima ai colloqui di Budapest.
Senza contare che la sede scelta riguarda un Paese della UE notoriamente non ostile alla Russia cui la Commissione, e forse il Parlamento europeo, intenderebbero togliere il potere di veto almeno sulle decisioni che riguardano l’Ucraina.
Curiosamente già qualche commentatore si chiede provocatoriamente come farà Vlad a sbarcare in Ungheria essendo soggetto a una sentenza della Corte Penale Internazionale che non frenerà certo l’autocrate ungherese.
Ma parlando di cose serie, Il terzo elemento riguarda la concessione a Zelensky degli agognati missi Tomawhak che probabilmente non muterebbero la situazione sul fronte di mille chilometri, ma consentirebbe a Kiev di colpire all’interno della Russia non solo basi militari , strutture logistiche e industriali, ma anche di raggiugere grandi città come Mosca e San Pietrburgo nell’intento di creare panico fra la popolazione.
Intento tanto pericoloso quanto giustificabile dai continui bombardamenti russi sulle strutture militari ed energetiche di quel martoriato Paese.
Già prima dell’incontro con Zelensky Trump sembrava deciso a concederli, a spese dell’Europa ovviamente, ma a condizione che gli venissero indicati gli obiettivi da colpire, che alla luce di quanto avvenuto ieri pare più un pretesto che una motivazione credibile. Tanto più soggetta al rischio che l’indicazione dei suddetti obiettivi trapeli o venga “telefonata” a Mosca in anticipo come avvenne con l’attacco iraniano alla base americana del Qatar.
Ma questo è forse l’aspetto minore a fronte dell’ammissione di Trump che di Tomawhak non ne ha molti e comunque prioritariamente servono alla difesa nazionale, contrariamente alla scelta dei paesi NATO che hanno svuotato i magazzini e dovranno rapidamente far rifornimento presso le aziende della Difesa americane, che hanno comunque i loro tempi di produzione.
Va aggiunto che appare piuttosto fragile, se non risibile, la proposta di Zelensky di fornire i suoi droni, per quanto bellicamente progrediti ed economoci, in cambio di missili milionari
L’ultimo elemento riguarda le sanzioni sui prodotti energetici russi.
Trump ha annunciato che l’India ridurrà l’importazione di petrolio russo del 50%, notizia più o meno smentita dal Governo Indiano, ma che comunque verrebbe attuata non prima del prossimo anno e comunque nel rispetto dei contratti vigenti.
Annuncio cui fa da pendant quello di aumenti di dazi contro la Cina sino al 150%. Annuncio che è un pò come un Warning a Putin: “guarda che ti taglio le esportazioni energetiche, ma allare ben lontano dalla realtà e dalle sue possibilità.
Minaccia cui corrisponde la fantasiosa ipotesi del tunnel fra l’Alaska e la Siberia che qualche giorno prima, guarda caso, circolava sulla stampa moscovita con numerosi commenti pro e contro. Sempre si Business si tratterebbe, ma che per ora è solo propaganda di un futura distensione fra le due potenze nucleari.
Ovviamente non è detto che i colloqui di Budapest approdino a un cessate il fuoco, così come non sono note le reazioni degli europei che invece perseguono decisamente la strategia del logoramento della Russia, quella “tigre di carta” che lo stesso Trump ritiene ormai sull’orlo di una devastante recessione economica.
Ma allora perché questa improvvisa apertura all’amico Putin che sino a pochi giorni fa lo aveva “deluso”?
Sullo sfondo il rischio dell’allargamento del conflitto in corso e il (comunque) poco credibile rischio nucleare, sempre agitato come ai tempi ormai superati della “guerra Fredda”, ma sul quale nessuno intende cimentarsi.
Da non escludersi la volontà del volubile Trump di apparire davvero il ” pacificatore mondiale” dopo Gaza, anche se non gli è stato conferito il premio Nobel per la Pace e continua ad affondare naviglio colombiano nei caraibi dando il via libera alla eliminazione di Chàvez in Venezuela con la scusa della lotta al narcotraffico.
Più probabile è invece che anche gli Stati Uniti abbiano bisogno di un momento di tregua da costosi conflitti che per ora non portano a vantaggi economici, che invece vengono adombrati, ancora una volta, nei possibili rapporti con la Russia.
A ben vedere il vero competitor degli Stati Uniti rimane la Cina ed è ad Oriente che tocca guardare, quanto meno, il mantenimento della potenza militare statunitense.
E la Russia? Si certo ha la bomba atomica ma economicamente pesa solo nel contesto del multipolarismo ormai vigente nel pianeta e anche se militare, non è una potenza economica se non per petrolio e gas, che pure sono decisivi.
E infine l’Europa il gigante economico dai piedi di argilla politici il cui peso Trump intende limitare e controllare in una altalena di aperture e dazi.
Qui la pace in Ucraina corrisponderebbe alle aspirazioni della maggioranza dei popoli non ancora convinti dell’imminente invasione russa, ma non fermerà quel riarmo miliardario annunciato che in gran parte coincide con gli interessi dell’economia bellica americana.ui Q
Come fra i vasi di coccio fra quelli di rame, rimane il problema dell’Ucraina ormai avviata all’integrazione europea e anche a qualche forma di protezione militare che non sia la NATO.
Un bel piatto anche per la ricostruzione post bellica a favore soprattutto di Germania, Regno Unito e forse Francia se uscirà dal suo empasse politico, tutto a spese degli alleati europei e ad esclusivo vantaggio delle aziende “ricostruttrici”. Qui in qualche modo la pace varrebbe pure la messa di qualche concessione territoriale ucraina.
L’alternativa sarebbe quella di un permanente cancro bellico nel cuore ‘Europa che forse potrebbe portare negli anni Putin alla rovina, ma probabilmente nella logica di “muoia Sansone con tutti i Filistei”.
