di Giuliano Longo (*)
L’affidamento formale della difesa prioritaria del settore del Donbass ai generali legati alla struttura di Azov (come Denys Prokopenko e Andriy Biletsky) riorganizzati nelle nuove formazioni d’assalto della Guardia Nazionale, segna un passaggio strategico e politico di enorme portata per il governo di Volodymyr Zelensky.
Se da un lato la decisione risponde a stringenti necessità tattiche sul campo di battaglia — dove le brigate Azov e il 3° Corpo d’Armata hanno dimostrato una capacità combattiva eccezionale nel contenere l’avanzata russa —, dall’altro l’apertura verso l’ala nazionalista solleva gravissimi interrogativi sul futuro istituzionale e geopolitico dell’Ucraina, come rilevano I quotidiani “Kiev Indeoendent” e “kiev Post”.
Radicamento Politico dell’Estrema Destra e Fragilità Statale
Il primo rischio riguarda la stabilità interna dell’Ucraina nel medio e lungo termine. Le unità legate ad Azov non rappresentano soltanto un’élite militare, ma sono portatrici di una ideologia di estrema destra profondamente radicata. Affidare loro la responsabilità primaria del fronte cruciale del Donbass ne accresce enormemente il prestigio e il capitale sociale tra la popolazione.
A guerra finita o in fase di stallo, questo peso militare rischia di trasformarsi in una rendita di posizione politica invalicabile. Nessun governo a Kiev — compreso quello di Zelensky — potrebbe facilmente scontentare, disarmare o smantellare milizie che si sono intestate la salvaguardia dell’integrità territoriale del Paese.
Il rischio tangibile è l’emergere di un pericoloso veto politico da parte dei nazionalisti su qualsiasi decisione di riforma statale o in politica estera, creando uno “Stato nello Stato” difficile da ricondurre sotto il pieno controllo democratico.
La Paralisi Definitiva del Processo di Pace
Sul piano negoziale, la centralità del fattore nazionalista rischia di bloccare sul nascere ogni concreta trattativa istituzionale.
Qualsiasi potenziale accordo di pace che comporti concessioni territoriali, uno statuto di neutralità o compromessi sui diritti linguistici e regionali nel Donbass verrebbe immediatamente bolllato dai gruppi veterani e ultranazionalisti come un “tradimento della patria”.
La scelta di mettere formalmente in prima linea i comandi di Azov offre al Cremlino l’alibi perfetto per giustificare a livello internazionale e domestico la narrativa della “denazificazione”. La Russia utilizzerà questa mossa per sostenere che lo Stato ucraino sia ormai ostaggio delle sue componenti più radicali, rifiutando di sedersi a un tavolo delle trattative con interlocutori considerati illegittimi o estremisti.
Tensione negli Equilibri Internazionali e con i Partner Occidentali
Un’ulteriore conseguenza riguarda la tenuta del sostegno da parte degli alleati occidentali. Sebbene la priorità immediata dell’Unione Europea rimanga la tenuta del fronte militare, l’integrazione sempre più profonda di figure storicamente controverse ai vertici della catena di comando, può generare forti attriti istituzionali.
Molti governi occidentali potrebbero incontrare crescenti difficoltà nell’approvare pacchetti di aiuti finanziari e militari destinati a settori di comando guidati da esponenti del nazionalismo radicale, alimentando i dubbi dell’opinione pubblica europea.
La scelta di Zelensky si configura così come una scommessa ad alto rischio: una mossa dettata dall’urgenza militare di bloccare l’avazata russa nel Donbass, ma che rischia di ipotecare la democrazia ucraina e di rendere la prospettiva di una pace negoziata sempre più remota e conflittuale.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
