di Giuliano Longo (*)
Nonostante i segnali di ottimismo per la fine del conflitto ucraino esternati – come al solito con volitiva soddisfazione da Trump ad Ankara – sembra invece che il più riservato Putin abbia definitivamente “puntato i piedi” sul raggiungimento dei suoi obiettivi in ucraina. Non acaso tutta la stampa russa dà per defunto il cosiddetto “spirito di Anchorage” l’ amichevole faccia a faccia fra Donald e Vladimir in Alaska dello scorso agosto.
Fonti vicine al Cremlino – citate da alcuni media e agenzie occidentali – confermano che Mosca non vede attualmente la possibilità di negoziati, ma si sta preparando a intensificare le operazioni militari nei mesi a venire per la conquista di quel che resta del Dombass ancora in mani ucraine. Le stesse decisioni del vertice NATO per finanziamenti e sostegno militare a Kyiv previsti per il 2027, confermano che anche I vertici della Alleanza hanno già valutato questa prospettiva.
I leak (pilotati?) dal Cremlino
Un’esclusiva dell’agenzia Reuters – ripresa e approfondita dalla testata russa in esilio Meduza – avrebbe svelato le intenzioni del Cremlino citando tre fonti anonime russe di alto livello. Secondo quanto riferito, Putin avrebbe respinto con fermezza i suggerimenti di un gruppo di consiglieri che gli proponevano un compromesso basato sul congelamento del conflitto lungo le attuali linee del fronte.
Che, in questa situazione, qualcuno a Mosca decida di fare rivelazioni più o meno scioccanti all’Occidente sulle prospettive del conflitto ucraino, non è solo molto improbabile ma potrebbe rappresentare un Warning mirato alla NATO dopo il vertice di Ankara
L’estensione degli attacchi di droni ucraini contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche in territorio russo – che hanno causato carenze di carburante avvertite da un terzo della popolazione – non ha indebolito il leader russo. Al contrario, fonti interne – probabilmente anche questa volta pilotate – riferiscono che Vlad intende rispondere a quelle che la stampa russa definisce “azioni terroristiche” di Kyiv.
“La probabilità di un’escalation nei prossimi mesi è elevatissima”, ha dichiarato una fonte anonima che incontrrebbe regolarmente il Presidente, spiegando che il controllo completo della regione di Donetsk- Donbass è diventato per Putin “una questione di principio” oltre che di necessità politica interna.
La risposta ufficiale di Mosca e il dibattito interno russo
Sin qui i leak più o meno pilotati, ma interpellato sulle indiscrezioni il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha rilasciato una dichiarazione all’insegna della fermezza strategica, riportata dalle agenzie statali come RBC: “La Russia è pronta per una risoluzione pacifica, ma possiede capacità sufficienti per agire in modo indipendente e continuare l’operazione militare speciale fino al raggiungimento dei suoi obiettivi”.
Opinione confermata ammessa a dallo stesso generale –ambasciatore ucraino a Londra ed ex capo di stato maggiore e probabile conpetitor di Zelensky nelle eventuali elezioni in patria – con l’intervista a un quotidiano britannico e riportata ieri da ORE 12.
Parallelamente, sui media russi e nei circoli geopolitici l’idea di un inasprimento del conflitto viene promossa e sollecitata, questa volta non solo dal cosiddetto “Partito della Guerra” russo.
Con un recente editoriale sul quotidiano economico Kommersant, l’ex funzionario del Ministero della Difesa Andrei Ilnitsky ha teorizzato che la nuova fase dell’escalation potrebbe iniziare con la distruzione sistematica di 30 grandi siti industriali rimasti in Ucraina, inclusi nodi siderurgici e il porto di Odessa.
Canali patriottici e testate come Gazeta.ru hanno inquadrato i massicci attacchi missilistici del 2 e 7 luglio contro Kyiv come una “risposta necessaria” ai volumi di supporto della NATO a Kyiv , adombrando la possibilità di colpire infrastrutture nei Paesi Baltici e/o di azioni mirate ai confini dell’Alleanza Atlantica per testarne la compattezza.
Una prospettiva non tanto teorica se la NATO decidesse di intraprender – come emerso ad Amkara – azioni contro le “petroliere ombra” russe e un eventuale blocco del Mar Baltico che colpirebbe interessi “esistenziali” per Mosca, sollecitando una mobilitazione generale in memoria della “Grande Guerra patriottica” iniziata con l’invasione nazista.
La stessa estemporanea concessione – annunciata da Trump ad Ankara di concedere a Kyiv la licenza americana per costruire in loco batterie di missili Patriot americani, la cui pratica concretizzazione suscita perplessità anche in Occidente – si scontra con gli ultime decreti di Putin per l’ulteriore sviluppo della produzione missilistica e militare russa.
La posizione di Trump – decisiva per gli sviluppi di questo conflitto – rimane piuttosto ambigua. Nonostante dichiari di essere “amato” da tutti i Paesi Nato per le sue recenti aperture all’Europa, si scontra con la sua reale volontà di un confronto diretto con Mosca, tanto più nell’incertezza degli esisti del conflitto del Golfo con l’Iran. Proprio a ridosso delle elezioni americane di “midterm” a novembre.
