di Giuliano Longo
Sono passati tre anni da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha avviato i negoziati con la Russia per porre fine alla guerra, afferma che l’invasione russa era “evitabile”, un’osservazione che è stata considerata “totalmente spregevole”, “patetica” e “debole”
Non è mancato il coro dei media occidentali alcuni dei quali hanno bollato le sue dichiarazioni come un “tradimento” e una subalternità alla propaganda di Putin dell’Ucraina che ha combattuto per la sua libertà e la democrazia occidentale, sollevando un polveroso putiferio da parte di molte cancellerie ed elites liberal che offrono ancora il loro incondizionato sostegno a Kiev.
Tuttavia non mancano elementi di verità in ciò che Trump e i suoi funzionari stanno affermando. La guerra avrebbe potuto essere evitata se l’amministrazione Biden avesse assicurato al presidente russo Putin che l’Ucraina non sarebbe diventata membro della NATO e avesse interrotto le forniture militari ed economiche a quel paese con largo anticipo.
Sebbene l’invasione russa dell’Ucraina possa essere analizzata in molti modi, vi sono forti fondamenti nell’argomentazione secondo cui il presidente Vladimir Putin ha trovato difficile tollerare la persistente umiliazione di Mosca da parte degli Stati Uniti. Iniziata con liquefazione dell’Unione Sovietica nel 1991, gettò il paese nella miseria e nel caos per almeno 10 anni, con una svolta liberista, ma non democratica, per una Russia già fiaccato da una economia e da una società allo sfacelo.
A partire dal 1991 furono sottoscritti tutti gli accordi importanti sul controllo degli armamenti e sulle misure di rafforzamento della reciproca fiducia, come il Trattato CFE (Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa), il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio e il Trattato sui cieli aperti, conclusi tra la Russia e i paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, oggi accusati da Mosca di averli disattesi.
Già nel 2.000 con la prima presidenza di Vladimir Putin, Mosca trovava inaccettabile l’espansione della NATO compreso il piano per concedere all’Ucraina l’adesione alla Alleanza. Con la caduta del muro di Berlino e l’unificazione tedesca ebbe inizio la progressiva espansione della NATO a guida statunitense ad est, inglobando progressivamente tutti i paesi che facevano parte del Patto militare di Varsavia con l’URSS: Polonia, Paesi Baltici, Boemia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria.
La successiva adesione di questi paesi alla Unione Europea fu l’inevitabile corollario di tale espansione che oggi guarda alla Moldavia, mentre si è interrotta con la Georgia e fa stentatamente capolino quella dell?Armenia sconfitta nel Nagorno Karabak dall’Azerbajan alleato della Turchia.
Una espansione che lambiva i confini di Bielorussia, fedele a Mosca, e Ucraina dove già permanevano divisioni fra i suoi territori occidentali e quelli filorussi a oriente quali Donbass, Donetsk e Luhansk. Discorso a parte meritala Crimea anch’essa russofona, ma strategicamente e storicamente importante che la Russia occupò nel 2014, suscitando lo sdegno dell’Occidente, ma anche reazioni sostanzialmente incerte.
I documenti declassificati e disponibili oggi, commentati da numerose pubblicazioni di geopolitica ed esperti occidentali, mostrano che i leader sovietici ricevettero garanzie di sicurezza contro l’espansione della NATO. Da James Baker (Segretario di Stato americano), George H. W. Bush (Presidente degli Stati Uniti), dal Cancelliere della Germania Occidentale Helmut Kohl, dal Presidente francese Francois Mitterrand e dai Primi Ministri britannici Margaret Thatcher e John Major.
E’ palese che queste garanzie non sono state mantenute nonostante, nel 1999, leader militari, politici e accademici, tra cui Paul Nitze e Jack Matlock, avessero avvertito l’allora presidente Bill Clinton che questo sarebbe stato “un errore politico di proporzioni storiche”.
Persino George Kernan, il diplomatico statunitense che fu il padre della “strategia di contenimento (roll back)” per combattere l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, scrisse nel 1997 che “espandere la NATO sarebbe l’errore più fatale della politica americana. Ci si può aspettare che una decisione del genere spinga la politica estera russa in direzioni non di nostro gradimento”.
Il successore di Clinton, George Bush, permise ad altri sette paesi, tra cui i tre stati baltici di Estonia, Lettonia e Lituania di unirsi alla NATO nel 2004. Nel 2008 il presidente Bush mirava all’ingresso nella Alleanza di Georgia e Ucraina, entrambi ex repubbliche sovietiche, progetto che Mosca fece fallire con il breve conflitto georgiano.
In sostanza con la fine della Guerra Fredda, la prudenza della NATO era evaporata. Il crollo sovietico fu visto come il trionfo incondizionato dell’Occidente con ardite teorizzazioni ideologiche quali “la fine della storia“ del cattedratico del cattedratico americano Fukuyama, fantasia da lui già ritratta alcuni anni dopo la pubblicazione del suo best seller.
Mosca era troppo debole per contrastare l’espansionismo della NATO, ma Putin si rese conto che il sostegno occidentale alle rivoluzioni colorate in Georgia e Ucraina, le attività di intelligence e armamento degli Stati Uniti in Ucraina e lo spiegamento di missili statunitensi in Polonia e nella Repubblica Ceca, miravano a destabilizzare e mettere la Russia nell’angolo geopolitico globale.
Bush aveva detto molto chiaramente a Gorbachev nel dicembre 1989: “non ti consideriamo più un nemico”, sentimento condiviso da un ampio spettro politico di commentatori occidentali, mentre Gorbachev offriva la rimozione incondizionata delle forze militari sovietiche dall’Europa orientale.
In cambio dell’accordo per l’unificazione della Germania, ricevette la “promessa” dai negoziatori occidentali che la NATO non si sarebbe mossa “di un pollice” verso est. Mentre il Patto di Varsavia fu inevitabilmente sciolto, mentre la NATO continuò e ad espandersi.
Una espansione che coincideva con una scuola di pensiero secondo la quale sia il Patto di Varsavia che l’Alleanza Atlantica avrebbero dovuto dissolversi simultaneamente in favore di “un nuovo accordo di sicurezza per l’Europa”, che avrebbe potuto avvenire sotto gli auspici dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) instaurando una forma di sicurezza collettiva per tutti i paesi europei, inclusa la Russia.
Va ricordato che per evitare anche plausibili minacce a lunga distanza all’America, il presidente George W. Bush invase l’Iraq e diede il via al lunghissimo conflitto afgano, mentre già Nixon aveva autorizzato la campagna di bombardamenti contro il Vietnam e la successiva sanguinosa guerra. L’argomento era che i paesi non hanno un diritto indiscusso a rafforzare la propria sicurezza quando ciò comporta una minaccia o va a scapito della sicurezza di altri paesi.
Una posizione che evidentemente Putin ha adottato quando quando l’Ucraina ha presentato domanda di adesione alla NATO, richiesta che, se accolta, avrebbe fatto avanzare l’Alleanza fino ai confini russi.
Considerando la situazione è plusibile che la guerra in Ucraina non sia iniziata il 24 febbraio 2022, quando le forze russe entrarono in territorio ucraino, ma il 3 aprile 2008, a Bucarest, quando l’Alleanza Dichiarò ufficialmente “La NATO accoglie con favore le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina e della Georgia per l’adesione alla NATO. Abbiamo concordato oggi che questi paesi diventeranno membri della NATO.”
Il giorno dopo, Putin dichiarò che la Russia avrebbe considerato qualsiasi tentativo di espandere Atlantica in Ucraina come “una minaccia diretta” alla Russia. Avvertimento che in Occidente fu ignorato o sottovalutato persistendo nel disegno di inglobare almeno l’Ucraina, dopo che le possibilità di influenza Georgia si erano ridotte, salvo alimetare una fronda interna Europeista.
Tra il 2008 e il 2022 gli Stati Uniti ( e in via subordinata il Regno Unito)hanno svolto un ruolo attivo nel sostenere apertamente i manifestanti che intendevano di rovesciare il governo ucraino legalmente eletto (i moti di piazza Maidan) attivandosi per selezionare leader ucraini filo-occidentali in sostituzione del presidente filo-russo Viktor Yanukovich.
Fu solo quando scoppiò la guerra civile nel 2014, in seguito alla cacciata di Yanukovich, che Putin aiutò i ribelli di etnia russa che resistettero ai nuovi leader ucraini nominati dagli Stati Uniti, annettendo poi la Crimea nel marzo 2014, uan “guerra civile” che provocò 14mila morti.
Dalla caduta dell’URSS e dalla denuclearizzazione dell’arsenale sovietico l’Ucraina non era riuscita a risolvere le sue contraddizioni etniche e linguistiche da quando era diventata indipendente nel 1992.
Poiché per secoli è stata una parte importante dell’impero russo, nelle zone orientali del paese, tra cui la Crimea (che, tra l’altro, è stata annessa all’Ucraina nel 1954 per comodità amministrativa dall’allora presidente sovietico K. Nikita Krusciov, egli stesso ucraino), si trova un numero significativo di ucraini russofoni e filo-moscoviti.
Nel periodo post-sovietico, i governi ucraini in carica hanno dovuto affrontare la sfida di fondere queste comunità diverse e spesso incompatibili in uno stato-nazione. Quelli di etnia russa hanno resistito, in particolare nelle due regioni del Donbass, Donetsk e Luhansk, a quella che è stata chiamata la politica di “ucrainizzazione” di massa che ha cercato di dare all’Ucraina un'”identità europea” negando eredità o liason russe.
Fu in questo contesto che al momento dell’annessione della Crimea nel 2014, Putin spiegò che l’Occidente aveva oltrepassato “una linea rossa” nel sostenere quello che lui considerava il rovesciamento illegale del governo ucraino, sostenedo l’Occidente “ci ha imbrogliato ancora e ancora“.
Eppure, nel febbraio 2015, i rappresentanti di Russia, Ucraina, dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e i leader di due regioni separatiste filo-russe firmarono a Minsk un accordo in 13 punti.
I leader di Francia, Germania, Russia e Ucraina, riuniti contemporaneamente nella capitale bielorussa, sottoscrissero una dichiarazione di sostegno all’accordo, che prevedeva, tra le altre l’avvio di un dialogo sull’autogoverno provvisorio per le regioni di Donetsk e Luhansk, in conformità con la legge ucraina, e il riconoscimento del loro status speciale mediante una risoluzione parlamentare.
Invece nel 2021 Zelensky annunciò di voler recuperare ogni centimetro del Paese, compresa la Crimea, mentre gli Stati Uniti e l’Europa gli assicurarono aiuto militare ed economico alimentando la sua speranza di entrare nella NATO. Speranza che lo stesso Biden frenò sino agli ultimi mesi del suo mandato, riconoscendo che questa scelta avrebbe portato ad un conflitto diretto con Mosca e non più per “procura”.
Sotto l’amministrazione Biden, gli USA hanno aumentato le scorte di armi pre-posizionate in Polonia e vi hanno trasferito un battaglione di elicotteri dalla Grecia. I paracadutisti della 173a divisione aviotrasportata sono stati dispiegati negli stati baltici. Altre truppe sono state inviate dall’Italia alla Romania orientale e altre sono andate in Ungheria e Bulgaria.
Anche la presenza militare statunitense in Europa è aumentata da 74.000 a 100.000 militari. Quattro squadroni di caccia aviotrasportati sono diventati 12 e il numero di navi da combattimento di superficie nella regione è aumentato da cinque a 26. Pattuglie aeree da combattimento e sorveglianza volavano missioni 24 ore su 24, 7 giorni su 7 sul fianco orientale dell’alleanza, con visibilità in profondità all’interno dell’Ucraina.
È in questo contesto che la Russia stava ammassando truppe nella regione di confine dell’Ucraina, fino a 100.000 unità se si deve credere ai resoconti occidentali. Ma allo stesso tempo, è importante notare che il 17 dicembre 2021, Putin propose un trattato tra Stati Uniti e Russia che avrebbe potuto impedire la guerra. Le sue clausole principali erano che gli Stati Uniti avrebbero impedito l’ulteriore espansione verso est della NATO.
Questo trattato non avrebbe richiesto alcuna concessione territoriale alla Russia, non avrebbe impedito all’Ucraina o a qualsiasi altro stato europeo di impegnarsi bilateralmente per accordi le militari o economici con Kiev, né avrebbe minacciato nessun altro stato. La guerra avrebbe potuto essere evitata con la semplice “concessione” di riconoscere l’adesione dell’Ucraina alla UE, ma non alla NATO.
Nei successivi colloqui con i russi nel gennaio 2022 a Ginevra, i funzionari dell’amministrazione Biden respinsero la proposta russa di chiudere le porte della NATO a Kiev. Invece proposero misure di rafforzamento della reciproca fiducia in una serie di aree di sicurezza, tra cui lo spiegamento di truppe e il posizionamento di armi sul fianco orientale della NATO lungo il confine con la Russia. Ma l’offerta era “condizionata alla de-escalation della minaccia militare all’Ucraina”.
Nel frattempo autorizzarono la National Security Agency ad attivare una linea di comunicazione diretta dall’esercito ucraino con Comando europeo degli USA. Un sistema altamente sicuro avrebbe mantenuto gli americani in contatto diretto con le loro controparti ucraine. man mano che gli eventi si svolgevano, inviando armi e consiglieri a Kiev, inviando i primi massicci finanziamenti.
Questa narrazione viene considerata in Occidente filoputiniana nonostante le evidenze storiche e documentarie, ma è sostanzialmente il risultato della linea strategica voluta da Washington che evidentemente non riteneva che la guerra in Ucraina fosse evitabile.
Così come oggi, nonostante il disimpegno USA e l’incertezza dell’avvio di una soluzione di pace possibile, animano al cune cancellerie europee ad una sostanziale, sia pur limitata, prosecuzione del conflitto che ha radici che vanno bel oltre la tragica data dell’inizio dell’invasione russa.
