Inserire lo Statuto dei diritti del contribuente nella Costituzione, per ristabilire la gerarchia delle fonti del diritto, garantire certezza normativa e tutelare imprese e cittadini da interpretazioni fiscali mutevoli e retroattive.
È la proposta di Unimpresa che nasce dalla crescente difficoltà, soprattutto per le piccole e medie imprese, di operare e pianificare investimenti in un contesto segnato da continui cambi di orientamento della prassi amministrativa.
Il sistema fiscale italiano ha progressivamente “capovolto” la piramide delle fonti: nella pratica quotidiana, circolari e risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate finiscono per incidere più delle leggi approvate dal Parlamento, modificando regole operative già in corso d’opera.
Una situazione che genera incertezza, costi di adeguamento e frena crescita, occupazione e competitività.
Lo Statuto del contribuente, in vigore dal 2000, afferma principi fondamentali come chiarezza delle norme, divieto di retroattività e tutela della buona fede.
Tuttavia, la sua natura di legge ordinaria ne ha progressivamente indebolito l’efficacia. Di qui la richiesta di elevarlo a rango costituzionale, rendendo vincolanti e inderogabili tali principi.
In particolare, la proposta si fonda su tre capisaldi: stop ai continui interventi fiscali frammentati e d’urgenza; divieto assoluto di retroattività, anche attraverso la prassi amministrativa; tutela piena della buona fede del contribuente, escludendo sanzioni quando l’impresa abbia operato conformemente alle regole e alle interpretazioni vigenti al momento dei fatti. Diversi paesi europei hanno già costituzionalizzato principi analoghi, riconoscendo che la stabilità fiscale non è un privilegio ma una condizione essenziale per lo sviluppo economico e per l’attrazione degli investimenti.
«Per le piccole e medie imprese italiane il problema non è più soltanto quanto pagare di tasse, ma soprattutto capire come sia lecito agire. Oggi pianificare investimenti, assumere personale o avviare nuovi progetti è sempre più difficile, perché ciò che è consentito oggi può trasformarsi domani in una violazione, sulla base di una circolare o di un “chiarimento” amministrativo. Non è il Parlamento a cambiare le regole del gioco, ma spesso un atto di prassi della pubblica amministrazione. Si è così capovolta la gerarchia delle fonti del diritto: nella pratica quotidiana delle imprese, documenti che dovrebbero limitarsi a interpretare la norma finiscono per riscriverla. Questa incertezza ha un costo enorme, in termini di tempo amministrativo, consulenze, adeguamenti e, soprattutto, investimenti non realizzati e assunzioni rinviate. La Costituzione è chiarissima: l’articolo 23 stabilisce che nessuna prestazione patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge. Eppure, nella realtà, le pmi sono spesso soffocate da obblighi che nascono da fonti di secondo livello. Per questo chiediamo di inserire lo Statuto del contribuente nella Costituzione: per blindare il principio di certezza del diritto, vietare definitivamente la retroattività e garantire la tutela della buona fede. Restituire stabilità fiscale alle imprese non è una concessione, ma una riforma necessaria per la crescita del Paese» commenta il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Salustri.
