di Giuseppe Onorati
Leviatano inconsistente sembrerebbe un ossimoro, invece può con efficacia descrivere la condizione dell’Unione Europea in questo momento storico.
Il Leviatano è il mostro biblico che rappresenta le forze ineffabili della natura, le quali solo Dio può governare e che l’uomo subisce e da cui è trasceso, quindi tutt’altro che inconsistente! Eppure l’Unione Europea è giunta ad un momento della storia in cui offre due facce apparentemente in contraddizione.
Thomas Hobbes reimpiegò la figura del Leviatano per dare rappresentazione allo Stato monarchico assolutista; gli uomini, per superare il caos sociale a cui inesorabilmente sarebbero destinati a causa della loro inclinazione naturale, con un patto si spogliano di quote ingenti della propria libertà, per rimettersi nelle mani del monarca assoluto che in cambio offre governo ed ordine sociale. Questo significato dato da Hobbes al Leviatano, meglio si adatterebbe a rappresentare l’Unione Europea nel suo volto istituzionale; allo stesso tempo dimostra una forte inconsistenza, immersa in una situazione mondiale che presenta un nuovo, precario e complesso equilibrio di potenza.
Ventisette Paesi sono organizzati istituzionalmente in un’unione sovranazionale che non ha eguali, non essendo né una federazione , né una confederazione. Un’unione di Stati che si sono spogliati di quote importanti della propria sovranità, per ritrovarsi istituzionalmente uniti in un sistema di governo improntato unicamente alla razionalità di mercato. I principi della concorrenza e dell’efficienza sono i cardini di un ordinamento fra Stati che ha ristretto i margini di politica nazionale, relegando la sovranità popolare ad un ruolo marginale, in un’organizzazione istituzionale a forte carattere tecnocratico.
Il progetto dell’Unione Europea, a base neoliberista, nella sua singolarità organizzativo-istituzionale, sconta, a prova della storia, i suoi limiti ed una potenziale auto-distruttività . Un sistema di Stati tutt’altro che politicamente integrati e sempre convergenti, tramite il Consiglio Europeo, pone le linee generiche d’indirizzo politico; poi è un organo tecnocratico, la Commissione, che prende l’iniziativa progettuale, chiedendo al Parlamento, di concerto con il Consiglio dell’Unione Europea (composto dai rappresentanti dei governi nazionali relativi alle materie in cui si debba legiferare) l’approvazione della proposta, che da questi ultimi due può essere emendata. Dunque un unicum istituzionale in cui il ruolo decisionale di spicco è rimesso agli Stati membri e ad un organo tecnocratico che prende l’iniziativa legislativa ed ha la funzione esecutiva, emanando atti vincolanti per gli Stati membri, a volte gravemente contrastanti con le necessità specifiche dei Paesi obbligati a rispettare le norme dell’Unione, in virtù dell’impegno pattizio dei trattati.
In questo quadro istituzionale poi, ventuno dei ventisette membri hanno una moneta unica, l’Euro e sottostanno alla politica monetaria della Banca Centrale Europea, che si pone l’obiettivo fondamentale della stabilità dei prezzi in funzione anti-inflazionistica.
Stati di democrazie costituzionali che hanno ceduto fondamentali quote di sovranità, per vincolarsi ad un ordinamento tecnocratico, focalizzato sulla centralità del libero mercato, che dà senso al complessivo progetto, senza riuscire a trovare sintesi politica fra i membri e senza considerare la necessità di equilibrare ed armonizzare le condizioni di questi. Un sistema di governo in cui la sovranità popolare, fulcro dei costituzionalismi degli Stati membri, è marginalizzata con scarso peso decisionale se non prossimo allo zero.
Ciò evidenzia, per chi voglia guardare in modo profondo, un paradosso storico ed istituzionale: la fonte da cui è promanata l’Unione Europea, le democrazie costituzionali dei membri, ha dato vita ad un sistema tecnocratico che limita e nega (superando certi limiti), i principi su cui quelle democrazie costituzionali si edificano.
Le democrazie da cui è nata l’Unione, pur con sfumature differenti, convergono nel conciliare libertà ed uguaglianza, impegnando costituzionalmente lo Stato ad intervenire per garantire effettivamente equilibrio sociale ed equità. Compromesso fra Stato e mercato, fra efficienza ed equità; orientamento allo sviluppo e alla modernità, vincolato al valore dell’uguaglianza; tutti elementi fondanti nel Secondo Dopoguerra le democrazie europee che hanno dato vita all’Unione ma che in questa, trovano un sistema che li disattende.
Se dei sistemi costituzionali ad impronta keynesiana e puntanti alla coesione sociale tramite il Welfare hanno dato i natali all’Unione Europea, il risultato del parto è stato di segno neoliberista con rischio di disgregazione sociale e fra Stati membri.
La nascita dell’Unione s’identifica sostanzialmente con il progetto Euro e da questo prende la strutturazione sistemica. Benché dagli anni Cinquanta dello scorso secolo fossero stati sottoscritti trattati per iniziare ad intessere relazioni comunitarie, è con l’unificazione della Germania che prende corpo un progetto di vincolo più strutturato fra Stati europei. Lo squilibrio fra ovest ed est della Germania (in vista dell’unificazione tedesca), fa sì che nasca un asse Bonn – Parigi per la realizzazione di un sistema monetario che favorisca l’industria tedesca; è così che nasce l’Euro come rapporto fisso fra il valore del Marco tedesco e le valute degli Stati aderenti al Trattato di Maastricht. Funzionale a questo progetto sistemico, sono la deindustrializzazione dell’Italia, concorrente manifatturiera tedesca e mettere dei parametri vincolo non giustificabili (rapporto deficit-PIL entro il 3 per 100 ed il rapporto debito-PIL entro al 60 per 100) se non nel voler limitare un potente ed efficace strumento di politica economica, ossia la spesa in deficit dei Paesi membri, spogliati intanto della politica monetaria.
Da qui nasce un sistema sovranazionale neoliberista con tratti ordoliberale nel rigore dei bilanci nazionali richiesti e monetarista nell’approccio della politica monetaria, che si pone come obiettivo fondamentale la stabilità dei prezzi; obiettivi come l’occupazione, la politica industriale, la crescita e lo sviluppo invece, sono rimessi alle politiche statali, decurtati intanto di uno strumento fondamentale.
Un sistema perverso e contraddittorio, in quanto impostato su regole e meccanismi di freno ai suddetti obiettivi virtuosi, se non addirittura autodistruttivi, il tutto a base di carente democrazia. La storia ha evidenziato e sta evidenziando le criticità di tale sistema; la prima occasione è stata all’inizio dello scorso decennio in forza della crisi dei debiti sovrani causata dai salvataggi bancari. Ne uscì un quadro fosco ed intollerabile, di un sistema Germania-centrico imponente politiche di austerità massacranti (nonché economicamente recessive, inique ed ingiustificabili da ogni punto di vista, come nel caso greco e dell’ Italia, che come lascito di quel momento ha ricevuto l’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, contrastante con il senso fondamentale di tutto l’impianto costituzionale). La seconda è stato il conflitto ucraino-russo, con l’imposizione di sanzioni alla Federazione Russa, costate soprattutto la perdita d’importazione di gas russo, sostituito con quello liquido decisamente più costoso dagli U.S.A.
1-Segue
