Politica

Unita, libera e sovrana. Ecco la nuova Europa che non piace né a Est né a Ovest

di Michele Rutigliano (*)

C’è una frase pronunciata da Mario Draghi che fotografa meglio di ogni altra il passaggio storico che sta vivendo il continente: “Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”. È forse questa la vera nascita della nuova Europa. Non più soltanto mercato, moneta e regole comuni, ma un soggetto politico chiamato a difendere da solo la propria sicurezza, la propria economia e perfino il proprio modello democratico. Da Aquisgrana , nel discorso per il Premio Carlo Magno, Draghi ha descritto un’Europa costretta a prendere atto della fine di un equilibrio durato settant’anni. Gli Stati Uniti non garantiscono più automaticamente protezione politica, commerciale e militare. La Cina non rappresenta un’alternativa rassicurante, ma una potenza industriale capace di svuotare la manifattura europea. La guerra in Ucraina e le tensioni in Medio Oriente hanno trasformato energia, logistica e difesa in nuove armi geopolitiche. E’ la fine dell’Europa “protetta” e l’inizio dell’Europa “adulta”.

 

L’Europa stretta tra Washington e Pechino

Anche il Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz arriva alla stessa conclusione: il tempo della dipendenza europea dagli Stati Uniti è terminato. E lo dice da americano, con parole che suonano quasi come un avvertimento. Washington, sostiene Stiglitz, non è più il garante stabile dell’ordine liberale dell’Occidente. Le guerre commerciali, i dazi, la polarizzazione politica e la crisi della leadership democratica americana stanno ridisegnando gli equilibri globali. Nel frattempo, la Cina di Xi Jinping controlla filiere strategiche decisive: terre rare, magneti industriali, componenti per automotive e tecnologie avanzate. Pechino non domina soltanto con la finanza, ma con la produzione industriale e il controllo delle materie prime. L’Europa, invece, scopre tutta la propria fragilità. Dipende dall’esterno per l’energia, per la difesa, per i semiconduttori, perfino per molte tecnologie legate all’intelligenza artificiale. Ed è qui che il pensiero di Draghi e quello di Stiglitz si incontrano: senza una vera sovranità industriale, energetica e tecnologica, il progetto europeo rischia di restare incompiuto.

La nuova parola chiave: sovranità europea

Per decenni, Bruxelles ha costruito soprattutto regole e procedure. Oggi servono invece decisioni politiche rapide, investimenti comuni e una strategia industriale condivisa. Draghi parla apertamente di “federalismo pragmatico”: un gruppo di Paesi europei pronti ad andare avanti insieme su difesa, energia, innovazione e mercato dei capitali, anche senza attendere l’unanimità dei Ventisette. È un cambio culturale enorme. Perché la nuova Europa non nasce più soltanto contro i nazionalismi, ma anche contro la propria lentezza burocratica. E soprattutto nasce dall’idea che nessuno Stato europeo possa salvarsi da solo. Difesa comune, industria comune, energia comune: sono queste le tre colonne della futura sovranità europea. Non per rompere con la NATO o con gli Stati Uniti, ma per riequilibrare un rapporto diventato troppo asimmetrico. Draghi lo dice con chiarezza: un’Europa capace di difendersi sarebbe persino un alleato migliore per Washington. Ed è proprio questa prospettiva che inquieta sia a Est sia a Ovest. Non piace agli Stati Uniti un’Europa troppo autonoma sul piano industriale e strategico. Non piace alla Russia un continente più coeso militarmente. Non piace neppure alla Cina un’Europa meno dipendente dalle catene produttive asiatiche.

L’occasione storica dell’Europa

Paradossalmente, però, proprio le crisi stanno creando ciò che mancava da anni: una nuova coscienza europea. La guerra in Ucraina, i dazi americani, la competizione tecnologica globale e le tensioni energetiche stanno obbligando l’Europa a fare finalmente politica, non soltanto amministrazione. La vera sfida sarà trasformare questa consapevolezza in crescita economica e consenso democratico. Perché senza sviluppo industriale e lavoro, anche la migliore architettura istituzionale resta fragile. E qui il problema riguarda soprattutto Paesi come l’Italia, ricchi di eccellenze ma incapaci spesso di trasformarle in forza sistemica. Eppure il tempo delle mezze misure sembra finito. L’Europa può scegliere se restare un grande spazio economico dipendente dalle decisioni altrui oppure diventare una potenza politica autonoma, capace di difendere i propri interessi e i propri valori. Unita, libera e sovrana. È questa la nuova Europa immaginata da Draghi e rilanciata da Stiglitz. Una Europa che forse spaventa molti, a Est come a Ovest, proprio perché per la prima volta comincia davvero a credere in sé stessa.

 

(*) Giornalista

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