di Andrea Maldi
Da giorni l’America è scossa da proteste contro le politiche migratorie del commander in chief, ritenute repressive, razziste e xenofobe ai danni delle comunità ispaniche e asiatiche, considerate la fascia più debole dell’intera popolazione.
Tutto è iniziato venerdì 6 giugno a Los Angeles, quando gli agenti in tenuta tattica dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement – agenzia federale per il controllo dell’immigrazione, parte del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti) hanno condotto una serie di blitz con l’uso di veicoli blindati che hanno portato all’arresto di circa 120 persone con l’accusa di immigrazione clandestina. Nel giro di poche ore le immagini hanno fatto il giro dell’America e poi del mondo, tanto da provocare inizialmente una serie di contestazioni con migliaia di persone in strada di tutte le etnie per poi tramutarsi in scontri di guerriglia urbana con le forze dell’ordine: autovetture date alle fiamme, negozi devastati, saccheggi, lancio di fumogeni e oltre 400 arresti.
La sindaca Karen Bass ha proclamato il coprifuoco notturno nel distretto centrale della città (una zona di circa 2,5 chilometri quadrati), attivo dalle 20 alle 6 del mattino. Ha dichiarato inoltre “pericoloso e antiamericano l’uso dei soldati per intimorire il popolo”.
Nei giorni seguenti le rivolte si sono diffuse in altre città, da New York a Chicago, Atlanta, Omaha, Dallas, Portland, Seattle e San Francisco.
Non si è fatta attendere la risposta di Trump che, senza attendere il placet del governatore della California, Gavin Newsom, ha dispiegato 4000 soldati della Guardia Nazionale e 700 Marines.
Un’azione che secondo parte dell’opinione pubblica ha segnato una rottura del regime democratico americano e portato ad un acerrimo conflitto istituzionale.
Il governatore californiano ha parlato di “militarizzazione delle città americane e democrazia sotto attacco” accusando Trump di autoritarismo e di concentrare il potere federale, violando i principi fondamentali della Costituzione. Insieme al procuratore generale della California, Rob Bonta, ha annunciato inoltre una causa legale per fermare il dispiego di militari federali senza l’approvazione dello Stato: “Trump e i suoi fedelissimi si nutrono della divisione per accumulare potere. Ma noi non ci faremo intimidire” ha dichiarato.
E’ parere diffuso che le manifestazioni non riguarderebbero solo la “remigrazione di massa”, ma un malcontento che serpeggia ormai da tempo contro la deriva autoritaria e illiberale di Trump che tende ad accentrare il potere svincolandolo dal coordinamento con le autorità locali.
Un potere dittatoriale che arresta senatori, giudici, deputati e sindaci che invocano la legge come suprema e tutti sono uguali dinanzi ad essa.
Intanto il presidente (anti)americano — e dittatore in capo —, per glorificare la sua potenza e vanità, organizza una sfilata militare con sfoggio di armi, guarda caso proprio sabato 14 giugno, giorno del suo 79° compleanno, sotto lo sguardo attonito di un’America sempre più divisa dove la democrazia è in serio pericolo. Previste manifestazioni in tutti gli Stati.
