Esteri

Xi Jinping presto in Arabia Saudita per suggellare le ottime relazioni

 

Il presidente cinese Xi Jinping si recherà molto probabilmente dall’8 al 9 dicembre, dopo il G20 di Bali e un probabile bilaterale tra Xi e Joe Biden. Secondo il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, durante la sua permanenza a Riad, Xi dovrebbe presiedere due summit con la Lega Araba e il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), in previsione di un futuro accordo di libero commercio. Con un interscambio di 87,3 miliardi di dollari, la Cina è il primo partner commerciale dell’Arabia Saudita che da tempo persegue con Pechino gli investimenti attraverso la “Belt and Road” cinese e la “Vision 2030” saudita. L’interesse di Pechino per la monarchia del Golfo e per tutta la regione, è cresciuto nel corso dei due anni di pandemia. Secondo il Financial Times, se nella prima metà del 2022 i progetti cinesi in Russia sono scesi a quota zero, nello stesso periodo gli accordi conclusi con l’Arabia Saudita ammontano a 5,5 miliardi di dollari.  La scorsa primavera, sfruttando i prezzi a buon mercato del petrolio russo, la Cina aveva rallentato gli acquisti dall’Arabia Saudita, salvo poi fare marcia indietro, ma Secondo Reuters, ad agosto le importazioni di petrolio saudite sono aumentate del 5% su base annua a quasi 2 milioni di barili al giorno, più dei 1,96 milioni di barili al giorno spediti dalla Russia. Mantenere buoni rapporti con Riad permette quindi al gigante asiatico di preservare una certa distanza di sicurezza dalla Russia che politicamente e di fatto oggi non esiste. Per suggellare i buoni rapporti fra i due Paesi, il principe Faisal bin Farhan ha ribadito che l’Arabia Saudita rispetta “gli interessi fondamentali della Cina, compresi quelli relativi allo Xinjiang, Taiwan, Hong Kong e ai diritti umani.” Sullo sfondo di questa entente cordiale il tentativo di proporre un ordine mondiale considerato da entrambi i paesi ormai inadeguato. Questa nuova strategia globale, a trazione cinese, prevede un uso più massiccio dello yuan/renminbi. La valuta cinese che, a giudizio di molti analisti, è oggetto di un possibile accordo tra Pechino e Riad per sostituire i petrodollari nella definizione dei prezzi del greggio saudita. Una mossa già anticipata da tempo che potrebbe divenire realtà se si considerano le difficoltà di relazioni culminate nello strappo tra l’OPEC+ (coalizione a guida russo-saudita) e Washington sulla produzione del petrolio. D’altronde mentre le forniture saudite verso la Cina continuano ad aumentare, quelle destinate agli States sono diminuite.  La monarchia saudita mal tollera il coinvolgimento americano nelle trattative sul nucleare iraniano. E la fuga degli States dall’Afghanistan ha logorato la credibilità dell’impegno di Washington in Medio Oriente. Secondo un sondaggio di agosto dell’Arab Barometer, fra nove stati arabi, solo in Marocco l’opinione pubblica vede ancora più favorevolmente gli Stati Uniti rispetto alla Cina.  Autorevoli media americani hanno pubblicato notizie secondo le quali Riad si sarebbe rivolta a Pechino per ottenere la tecnologia necessaria allo sviluppo in-house di missili balistici, cui fa da pendant l’obiettivo conclamato di aiutare la monarchia del Golfo, fortemente dipendente dal greggio, a potenziare il settore nucleare e diventare in futuro un esportatore di uranio.  La politica di Riad si muove anche verso altre direzioni quali India, Brasile, Sudafrica e Turchia, ma l’impressione generale è che la Cina intenda mantenere e sviluppare il suo relativo primato.

Giu.Lo.

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