Politica

L’approfondimento – La Costituzione: codice genetico di un progetto

di Giuseppe Onorati

 

Che la Costituzione del 1948 sia il fondamento normativo del nostro ordinamento ed il riferimento dell’attività legislativa e giudiziaria, è noto e travalica le frontiere del discorso specialistico.

Tuttavia, come paradossalmente succede per lo scontato, in quanto tale è considerato perlopiù implicitamente o superficialmente, a volte stroncando possibilità di analisi e di critica che potrebbero offrire nuovi spunti al pensiero.

La Costituzione italiana è una vera e propria forma di contratto sociale, stipulata fra le forze politiche che hanno avversato il regime fascista. Un’eterogeneità di forze, di natura: cattolica, marxiana e liberale, rappresentanti parti del popolo italiano, che s’incontrano per l’elaborazione e la stesura di una carta costituzionale delineante come una società, ormai avviata alla modernità industriale, debba svilupparsi democraticamente. Alla libertà individuale è contemperato l’interesse collettivo; il valore della dimensione privata è posto in necessario equilibrio con quello della dimensione pubblica. L’utilità economica e l’efficienza produttiva sono contemplate con il vincolo dell’utilità sociale, declinata in varie sfaccettature e delle esigenze del lavoro.

Respingendo qualificazioni banali di mera dichiarazione d’intenti, la Costituzione è da considerare un progetto architettonico, un codice genetico che delinea gli assi fondamentali su cui deve svilupparsi la società. Oltre a disegnare le forme di Stato e di Governo, a disciplinare l’organizzazione ed il funzionamento dei tre poteri statuali, richiede un impegno di valore in cui, Libertà ed Uguaglianza effettiva formino il binomio necessario a cui la società deve guardare nel suo sviluppo. Tale scelta d’impegno da parte del Costituente, nasce dal prendere coscienza della trasformazione moderna che la società italiana stava attraversando e che la vedeva proiettarsi verso una progressiva industrializzazione e massificazione conseguente; una società ad economia capitalistica, in cui l’intervento dello Stato diretto ed indiretto fosse essenziale per risolvere le contraddizioni fra Capitale e Lavoro che inevitabilmente avrebbero comportato forti squilibri sociali. Da qui l’essenziale elemento di novità rispetto al passato, di considerare l’intervento dello Stato al fine strumentale di rimuovere le disuguaglianze effettive (secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione).

Il progetto contenuto nella Costituzione italiana del ’48 è uno degli esempi più rappresentativi e compiuti di una delle creazioni migliori della storia occidentale ed europea in particolare, il Welfare State (Stato del Benessere), che non può ridursi alla semplice per quanto importantissima offerta pubblica di beni e servizi fondamentali ma è una nuova visione, un nuovo impegno di civiltà. Si cerca l’equilibrio fra Libertà ed Uguaglianza, affinché si viva piena cittadinanza; fra Stato e Mercato, fra Capitale e Lavoro; fra Modernita’ ed Equita’.

Tale proposta d’impegno, va vista come una sorta di DNA che definisce in quale direzione la società debba procedere e come l’azione politica debba orientarsi per aiutare questo procedere, alla luce di una gerarchia di valori da tutelare con a cardine fondamentale la persona. Infatti tale concetto-valore giusnaturalistico, di derivazione cristiana e basilare per la civiltà Occidentale, è al centro del nostro ordinamento, di cui la tutela ne offre il senso complessivo.

Partendo da queste considerazioni, si arriva al punto critico che qui si vuol affrontare.

Un tale disegno costituzionale deve necessariamente ancorarsi in funzione strumentale ad un modello keynesiano di politica economica ed aver la garanzia di disporre di moneta, possibilmente emessa “a credito” dallo Stato (benché anche “a debito” può essere efficace se si dispone di un ben calibrato sistema d’interazione fra Governo e Banca Centrale, com’era in Italia fino al 1981). Per garantire l’uguaglianza sostanziale, lo Stato deve effettuare investimenti che non garantiscono margini di profitto (si pensi all’istruzione, la sanità, la ricerca, servizi alla persona, l’ambiente, ecc.) e che difficilmente possano essere affrontati da privati ma che, allo stesso tempo assorbirebbero occupazione, ove in settori ad alto valore aggiunto il progressivo impiego tecnologico nei processi produttivi espelle lavoro umano. Ancora: per garantire indispensabili beni e servizi che incidono sulla qualità della vita e connotano il grado si civiltà ma che per intima natura non possono che offrirsi in regime di monopolio o al massimo di oligopolio, è fondamentale che sia lo Stato ad impegnarsi nella erogazione (ad esempio trasporti, energia, acqua ecc.); in settori strategici per l’economia perché trainanti, è necessario l’impegno diretto o indiretto dello Stato. Soprattutto, come la felice esperienza storica della Programmazione Economica ha dimostrato negli anni ’60 per i benefici di sviluppo apportati all’Italia, è importante che lo Stato agisca ed orienti l’economia, particolarmente in funzione anticiclica.

Questa necessario ruolo della mano pubblica nell’economia è stato fortemente limitato se non addirittura neutralizzato con i vincoli posti dapprima dal Trattato di Maastricth (con conferma in quello di Lisbona) e dalla revisione costituzionale indotta dal dettato dei Trattati europei (il Fiscal Compact principalmente) che ha interessato l’articolo 81 della Costituzione soprattutto (legge costituzionale 1 del 2012), ponendo a rango costituzionale l’obiettivo di pareggio del bilancio .

I parametri nei rapporti deficit-Pil e debito-Pil, la non possibilità di far acquistare alla Banca Centrale titoli del debito pubblico per mantenere entro certi limiti i tassi d’interesse; una Banca Centrale (quella europea), che abbia come unico impegno statutario il non far crescere l’inflazione, il citato equilibrio di bilancio, hanno catapultato l’Italia in una gabbia neoliberista, in particolar modo monetarista e ordoliberale, snaturando il paradigma a cui l’impostazione costituzionale l’aveva posta, quello keynesiano. Se, come avviene in questo contesto discorsivo, consideriamo la Costituzione come un codice genetico che informa le linee di sviluppo della società, non possiamo che rilevare un profondo contrasto con il programma divisato nei trattati europei succitati.

La scelta di regole e politiche economiche rifacentesi ad un modello teorico, non sono mere scelte di maniera; rappresentano gli strumenti di vario ordine con cui si governa, organizza ed interviene nella società con ricadute effettive, concrete e sostanziali che la storia rileva.

La Costituzione del’48 in quanto programma impegnato a garantire l’uguaglianza sostanziale ha bisogno di uno Stato con strumenti idonei ad intervenire; la retorica del “buon padre di famiglia” che sta attento agli equilibri di spesa e ricavi è un vezzo ideologico che nasconde un’offensiva reazionaria interessata a demolire la democrazia sostanziale. Ovviamente la spesa pubblica dev’essere sempre rispondente agli obiettivi ed efficace ma deve essere realizzata per il suo significato fondamentale ai fini dei valori in cui s’impegna la Costituzione, senza limiti ingiustificabili scientificamente e politicamente. Soprattutto se consideriamo che uno degli argomenti portanti della proposta monetarista, secondo cui un eccesso di offerta monetaria e di liquidità crei inflazione da domanda, non regge nelle società sviluppate che dispongono di notevoli capacità produttive e tecnologiche.

Alla luce di ciò parrebbe necessario proporre quantomeno una riforma dei trattati europei, perché ne va di un impegno di civiltà; l’articolo 11 della Costituzione prevede limiti alla sovranità nazionale ove si costruiscano ordinamenti che assicurino pace e giustizia fra le nazioni ma se da quegli ordinamenti nascono condizioni che impediscano ai valori cardinali della Costituzione di essere tutelati, allora non è sostenibile la continuità di soggiacere a tali limitazioni. La gerarchia di valori della Costituzione orienta e legittima ed anche un impegno pattizio internazionale, qualora non offra le condizioni adatte alla tutela di tali valori, andrebbe discusso .

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