di Fulvio Barion (*)
Il dibattito sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri continua a infiammare la scena politica italiana, ma al di là delle contrapposizioni ideologiche, emerge con chiarezza un dato ineludibile: questa riforma non è un’iniziativa estemporanea di un singolo governo, bensì un’esigenza storica e strutturale per il riequilibrio dei poteri nel nostro Paese. L’approvazione al Senato segna un passo significativo, ma l’ostilità di una parte dell’arco politico e della magistratura solleva interrogativi che vanno affrontati con onestà intellettuale.
L’attuale sistema, basato sull’autocontrollo della magistratura e su un unico CSM, ha generato, nel tempo, una percezione diffusa di autoreferenzialità. Il cittadino comune si sente spesso in balia di un potere che, pur cruciale per la democrazia, appare a tratti intoccabile e scarsamente responsabile degli errori. Le osservazioni secondo cui “se sbagliano e rovinano la vita a qualcuno non sono mai responsabili”, o che “i risarcimenti li paga lo Stato e dunque ancora una volta il cittadino”, fotografano un malcontento profondo. La sensazione che “i fascicoli civili che riguardano la vita di cittadini senza nomi roboanti nemmeno li aprono” alimenta ulteriormente la sfiducia in una giustizia non sempre equa e attenta alle esigenze della persona.
Questa percezione di “infallibilità” e l’assenza di un meccanismo diretto di responsabilità per gli errori giudiziari hanno alimentato la convinzione che la magistratura si sia, di fatto, posta “al di sopra di tutti”. Non si tratta di attaccare la categoria, ma di riconoscere una disfunzione sistemica che ha consentito al potere giudiziario di ampliare la sua sfera d’azione, talvolta “invadendo il campo” legislativo e politico. Questo fenomeno, in parte innescato dall’implosione del vecchio sistema partitico, ha portato la giustizia a ricoprire una funzione di “supplenza” che ha alterato il bilanciamento costituzionale.
E qui sta il nervo scoperto del dibattito politico. Se si analizzano i modelli delle democrazie occidentali avanzate – dagli Stati Uniti, dove i procuratori distrettuali sono elettivi, alla Francia, dove il PM dipende dall’esecutivo – si comprende come il nostro sistema sia, in effetti, “anomalo”. La separazione delle carriere, con due CSM distinti, non è un tentativo di assoggettare la magistratura al potere esecutivo, come vorrebbe una certa narrazione. È piuttosto un passo verso una normalizzazione, una restaurazione di quella separazione dei poteri che Montesquieu e Hamilton hanno posto a fondamento delle moderne democrazie.
Il punto dolente, però, risiede nell’ipocrisia politica. Affinché si possa giungere a quel “compromesso storico” di cui l’Italia ha disperatamente bisogno per chiudere la “guerra dei trent’anni” tra politica e magistratura, è indispensabile che tutte le forze politiche, inclusa l’attuale opposizione, riconoscano apertamente la validità di questa riforma. Sarebbe un atto di responsabilità ammettere che l’attuale governo sta portando avanti un’azione doverosa, che avrebbe dovuto essere intrapresa da chi in passato ha avuto la possibilità di farlo.
Un tale riconoscimento implicherebbe anche una riflessione sulla tendenza, troppo spesso emersa in passato, a “demandare alla magistratura la liquidazione degli avversari politici apostrofati come nemici”. Questo utilizzo strumentale della giustizia, lungi dal rafforzare la democrazia, ha contribuito a esacerbare il conflitto tra poteri e a erodere la fiducia nelle istituzioni.
Solo superando queste ipocrisie e riconoscendo la necessità oggettiva di riequilibrare i poteri, l’Italia potrà uscire da una condizione di “scontro permanente” che la relega, paradossalmente, tra i Paesi giuridicamente sottosviluppati. La separazione delle carriere non è una bandiera di parte, ma un’opportunità per una giustizia più giusta, responsabile e, soprattutto, al servizio del cittadino.
(*) Vicepresidente Confimpreseitalia
