Economia e Lavoro

Rivoluzione in arrivo. Ancora una volta Davide sconfiggerà Golia (bancariamente parlando)

di Riccardo Bizzarri (*)

La banca non può più trattarti come un ex galeotto solo perché hai avuto un conto “turbolento” nel pleistocene. Avete mai provato ad aprire un conto corrente e sentirvi rispondere dalla banca con un sorrisetto paternalistico:

«Eh no, sa, lei nel 2004 aveva avuto un problemino…»
Magari era solo una rata pagata in ritardo quando c’era ancora il modem 56k, e da allora siete segnati a vita, come se foste stati pizzicati a falsificare i bilanci di una multinazionale delle Cayman. Ebbene, la storia sta per cambiare. Finalmente.

Con un colpo di scena degno di un film neorealista, ma scritto da Kafka e girato da Nanni Moretti, il Parlamento sta per dire: basta. Il diritto al conto corrente potrebbe presti entrare ufficialmente nel novero dei diritti civili.
Le banche dovranno aprirti un conto. Anche se hai il nome che ricorda vagamente un default bancario e non potranno più nemmeno chiuderlo unilateralmente se il saldo è attivo, salvo tu non stia finanziando una rivoluzione armata o riciclando i soldi del cartello di Sinaloa.

Insomma, se il tuo unico peccato era stato sforare di 47 euro nel 2008, non potrai più essere trattato come un paria economico. La banca non potrà più sbatterti la porta in faccia con l’aria di chi sta difendendo il Paese da un pericoloso eversore contabile.

È un po’ come se si fosse imposto, in punta di legge, un principio socratico:
“Non è giusto giudicare l’uomo di oggi per l’errore dell’uomo che fu.”
Anche se Platone, a onor del vero, non aveva mai avuto a che fare con un direttore di filiale in doppiopetto che ti scruta come se volessi rubare le penne dal bancone.

Questa piccola-grande rivoluzione porta la firma di due parlamentari (Romano e Bagnai) e l’appoggio trasversale di maggioranza e opposizione. Persino il Pd, dopo anni di convivenza silenziosa con le chiusure bancarie “a piacere”, ha detto sì.
Matteo Salvini ha parlato di “storica vittoria della Lega”. E in effetti, un po’ lo è: è la prima volta che la banca non ha sempre ragione. Nietzsche l’avrebbe definita una “trasvalutazione dei valori”: il cliente, da colpevole presunto, torna ad essere… un cittadino.

Naturalmente, come in ogni favola, c’è anche il drago che sputa fuoco:

Bankitalia e ABI non sono affatto entusiaste.
ABI, con il suo aplomb da notaio medioevale, ha tuonato che questo “obbligo di aprire un conto” rischia di trasformare le banche in enti pubblici.
Bankitalia teme per la “stabilità del sistema finanziario”. Come se i veri terremoti li provocassero i pensionati che vogliono farsi accreditare la tredicesima e non le plusvalenze sui derivati esotici.

Eppure la verità è semplice: un conto corrente è oggi ciò che era la tessera annonaria nel dopoguerra. Senza, sei tagliato fuori dal mondo.
Ricevere uno stipendio, pagare un affitto, accedere a un bonus statale: tutto passa da lì. E non è più tollerabile che una banca possa impedirti tutto questo perché vent’anni fa hai litigato col Bancomat.

Come diceva Eraclito: “Tutto scorre.”
E da oggi, finalmente, può scorrere anche il tuo denaro, senza che qualcuno lo fermi ai cancelli dell’istituto di credito con in mano un faldone di segnalazioni preistoriche.

Una piccola vittoria per l’uomo comune. Una sconfitta per l’arroganza bancaria.
Una nuova pagina di diritto di cittadinanza.
E magari, finalmente, un po’ di giustizia, quella vera, non quella in 12 rate da 8 euro al mese più spese di incasso.

(*) Giornalista

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