Esteri

Iran, anche eliminando i vertici del regime la svolta promessa da Trump è improbabile

di Giuliano Longo (*)

L’Iran sta attraversando uno dei momenti più pericolosi della sua storia post-rivoluzionaria. Le proteste a sono diventate continue con una ondata di disordini che si è diffusa in tutto il Paese e la violenza si è intensificata.

Anche se il vero bilancio delle vittime della repressione non può ancora essere verificato, la speranza diffusa in Occidente è che l’intervento  promesso da Trump a sostegno dei manifestanti, possa far crollare immediatamente l’attuale regime degli ayatollah.

Escluso un intervento di terra, sono comunque possibili attacchi aerei, ciberneteci anche direttamente ai membri del Governo, della Sicurezza  e militari, come hanno già dimostrato gli israeliani e americani nel giugno scorso colpendo i vertici militari iraniani, anche grazie a una diffusa penetrazione di Intelligence nel Paese e forse ai vertici del Potere, alimentata dagli israeliani e dagli americani.

Quando lo Scià lasciò il Paese nel 1979, alcuni reparti della polizia interruppero le loro tattiche repressive e collaborarono con i manifestanti per mantenere l’ordine pubblico, mentre gli alti comandanti militari  alla fine abbandonarono la monarchia.

Oggi la situazione è diversa

A differenza dello Scià, la leadership dell’Ayatollah Ali Khamenei (nella foto)non è stata caratterizzata da esitazioni o indecisioni durante le crisi, ma da una feroce, anche se non immediata, repressione di massa.

Da quando ha assunto la carica di guida suprema nel 1989, Khamenei ha guidato la trasformazione della Repubblica Islamica in uno stato teocratico di sicurezza, che si basa più sulla repressione che sul consenso sociale. Inoltre, in qualità di guida suprema, presiede un apparato coercitivo altamente istituzionalizzato, coeso, ideologicamente impegnato profondamente coinvolto.

Il potere coercitivo della Repubblica Islamica non è concentrato in una singola istituzione, ma distribuito in più organizzazioni quali il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i paramilitari Basij, la polizia, i servizi segreti , con le reti sociali a essi collegate.

Le istituzioni coercitive dell’Iran sono dominate dai sostenitori più accaniti del regime e la loro lealtà non è (ancora) in discussione, perché è  ideologica, istituzionale e generazionale.

Per di più  sorretta da un clientelismo e da una corruzione diffuse, per le quali la loro sicurezza economica e il loro senso di identità sono legati alla sopravvivenza del regime e alla leadership di Khamenei.

Per loro, il crollo del regime è una minaccia esistenziale e, nei momenti di crisi, questi lealisti agiscono per impedire il diffondersi delle proteste, inquadrando i disordini come sedizione sostenuta dall’estero e alzano i livelli della  repressione sino ai limiti estremi.

Di conseguenza, anche proteste più ampie e geograficamente più estese di quelle della rivoluzione komeinista del 1979 non metterebbero in discussione il potere attuale , ma porterebbero a una repressione più severa. 

Le proteste da sole, nel caso attuale anche armate come sembra, non causano rivoluzioni che si verificano  quando i disordini di massa si intrecciano con la paralisi o la defezione delle élite.

Questo è invece l’obiettivo delle minace e delle prossime azioni di Trump sostenuto da Israele che mirano a  uno shock diretto alla struttura di leadership del regime e intendono  interrompere il coordinamento delle élite con attacchi le principali figure politiche e diella sicurezza.

Che queste siano le intenzioni degli americani lo dimostrerebbe anche un articolo del Washington Post secondo il quale il Pentagono avrebbe chiesto agli alleati europei di condividere informazioni sui potenziali obiettivi di un attacco all’Iran.

Queta strategia  genererebbe una vera e propria crisi di regime solo se rimuovesse Khamenei, che ha fortemente accentrato il potere nella carica di Guida Suprema, anche se la sua eliminazione innescherebbe un confronto tra le élite sulla successione  indebolendo la coesione al vertice.

Le stesse  reazioni di Russia e Cina non potrebbero limitarsi alla semplice protesta di rito come avvenuto per Maduro, soprattutto se si arrivasse al blocco degli stretti di Hormutz.

Da questi stretti passa infatti il 20% e il 30% del greggio globale, con circa 17-20 milioni di barili al giorno, più il gas naturale liquefatto, rendendola una rotta marittima strategica per il commercio energetico, collegando il Golfo Persico con l’Oceano Indiano.

Mentre, al contrario,  c’è anche il rischio che l’intervento promesso da Trump possa  rafforzare l’unità lealista.

Se Khamenei sopravvivesse, i principali sostenitori all’interno del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, dei Basij e dei servizi segreti rafforzerebbero i ranghi, come hanno fatto durante i precedenti scontri esterni rendendo improbabile la defezione delle élite.

Anche in caso di crollo del regime, l’Iran non si troverebbe ad affrontare un vuoto istituzionale che si è verificato in alcuni altri stati post-intervento.

La moderna burocrazia del Paese, che ha mantenuto la sua continuità fin dall’inizio del XX secolo, probabilmente continuerebbe a funzionare, mentre l’immediata  disgregazione amministrativa verrebbe contenuta dalla capacità dello Stato, dall’organizzazione sociale e dall’identità nazionale.

Alcuni avvertono che la caduta della Repubblica Islamica porterebbe inevitabilmente a una prolungata insurrezione o addirittura alla guerra civile, ma a differenza  di Iraq o Afghanistan, in Iran non ci sono attori statali esterni disposti e in grado di finanziare, organizzare e sostenere movimenti radicali armati..

In conclusione: interpretare male la natura del potere in Iran non aumenta le possibilità di un cambiamento pacifico, ma aumenta la probabilità che siano gli stessi iraniani a pagare il prezzo della repressione, dell’escalation e dell’incertezza prolungata.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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