Norme fiscali

  “Pecunia non olet. Il software sì.”

di Riccardo Bizzarri (*)

La burocrazia è l’arte di trasformare il possibile in impossibile.” Non lo scrisse Kafka, ma avrebbe potuto. E probabilmente oggi avrebbe ambientato Il Processo non in un tribunale oscuro, bensì nei server della Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Il fatto è noto, banale, quasi scolastico: un contribuente presenta istanza di rottamazione quinquies; alcuni carichi sono già inseriti in un piano di rateizzazione. Con una PEC, strumento che, ricordiamolo, rappresenta il massimo progresso tecnologico ammesso nel rapporto fisco-cittadino e chiede la rimodulazione del piano.

La risposta merita di essere incisa sul marmo:

“le comunichiamo che pur considerando la Vostra richiesta assolutamente legittima non può essere accolta in quanto i nostri sistemi informatici, alla data odierna, non consentono la rimodulazione di un piano di rateizzo a seguito della presentazione della Dichiarazione di adesione alla definizione agevolata (“rottamazione quinquies”)”

E qui la Storia entra in scena. Nel I secolo d.C. l’imperatore Vespasiano, introducendo la tassa sulle urine, rispose alle critiche con la celebre frase: “Pecunia non olet.”
Il denaro non puzza. Duemila anni dopo possiamo aggiornare il brocardo:
il denaro non puzza, ma il software sì. Non si discute il diritto.
Non si contesta la richiesta. Non si nega la legittimità.

Semplicemente, il computer non ce la fa.

E così, nel 2026, mentre l’intelligenza artificiale diagnostica tumori e scrive sinfonie, l’amministrazione finanziaria italiana confessa ufficialmente di essere ostaggio di una schermata che non prevede il tasto “rimodula”.

George Orwell scriveva: “Tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.”

Nel fisco italiano la massima si aggiorna così: tutti sono soggetti alla legge, ma alcuni sono soggetti al software. Il contribuente deve essere puntuale, coerente, trasparente.
Lo Stato, invece, può permettersi l’argomento definitivo: “Non è colpa nostra, è il sistema.”

Ennio Flaiano, che conosceva bene questo Paese, ci aveva avvertiti: “In Italia la situazione è grave ma non è seria.” Qui la situazione è ancora meglio: è seria, ma non funziona.

Il paradosso è sublime: la rottamazione esiste, il diritto è riconosciuto, la richiesta è corretta…
ma va messa in stand-by esistenziale fino a quando i carichi non “si consolidano” e una comunicazione arriverà, forse, entro il 30 giugno 2026.

Nel frattempo, però, il contribuente deve continuare a pagare.
Pagare cosa? Quello che il sistema distingue come “non rottamabile”.

Il software non è in grado di sommare, ma il cittadino è perfettamente in grado di versare. Il sistema è rigido, la liquidità deve essere elastica. Il computer è lento, il portafoglio no.

Siamo davanti a una nuova forma di sovranità: non più dello Stato, non del Parlamento, non della legge, ma del gestionale.

E allora forse dovremmo prendere esempio proprio dall’Agenzia delle Entrate Riscossione.
Quando riceveremo questionari, accertamenti, richieste di documenti, potremo rispondere con pari dignità istituzionale:

“A causa di un problema informatico, non siamo attualmente in grado di fornire quanto richiesto. Tale funzionalità potrà essere prevista in un momento successivo.”

Non è ostruzionismo. È giurisprudenza algoritmica.

E a chi si scandalizza, si può sempre rispondere con Tacito:

“Corruptissima re publica plurimae leges.” Quando lo Stato è confuso, le regole si moltiplicano. E quando le regole si moltiplicano, il sistema va in crash.

Mandarli “a quel paese” in aramaico sarebbe liberatorio. Ma molto più efficace è inchiodarli alla loro stessa logica, con parole che restano, circolano e fanno scuola.

 

(*) Giornalista

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