di Balthazar
La Cina si sta preparando a riprendere gli acquisti su larga scala di gas naturale liquefatto (GNL) e petrolio greggio dagli Stati Uniti dopo che le interruzioni delle forniture in Medio Oriente e la contrazione dei mercati dei carburanti in tutta l’Asia costringono Pechino a ricalibrare la propria strategia energetica.Questa mossa potrebbe apparire una concessione o addirittura una ricompensa di Pechino a a Washington, dopo che la Cina ha interrotto le importazioni di GNL dagli Stati Uniti all’inizio del 2025, quando le tensioni commerciali si erano acuite a causa delle misure tariffarie di Trump.Ma è invece evidente che la Cina disporrà di una fornitura di carburante sufficiente per riprendere le esportazioni di benzina verso i paesi asiatici, consentendole di mantenere la propria quota di mercato e di accrescere la propria influenza politica nella regione. L’11 marzo, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma aveva ordinato la sospensione delle esportazioni di benzina, gasolio e carburante per aviazione, ma ora sta riprendendo le importazioni dagli Stati Uniti per circa 600.000 barili al giorno di petrolio greggio. L’agenzia Reuters riferisce che la Cina probabilmente estenderà le restrizioni all’esportazione di carburanti raffinati fino ad aprile, con limitate eccezioni per i paesi che si trovano ad affrontare gravi carenze, ma sono in corso trattative per l’export di piccoli quantitativi di gasolio e carburante per aerei e benzina nei mercati del Sud-est asiatico. Le quote di esportazione per aprile potrebbero variare da circa 150.000 a 300.000 tonnellate, con spedizioni probabilmente destinate a Bangladesh, Myanmar, Sri Lanka, Maldive e Vietnam. L’allentamento selettivo evidenzia lo sforzo di Pechino di mantenere la propria influenza sul mercato regionale, gestendo al contempo la scarsità di offerta interna.La ripresa degli acquisti cinesi di petrolio greggio e GNL dagli Stati Uniti sembra riflettere una limitata flessibilità strategica per Pechino, poiché le interruzioni delle forniture provenienti dal Venezuela e dal Medio Oriente cominciano a farsi sentire.
Ma i media statali cinesi interpretano questo sviluppo come una vittoria competitiva sul Giappone, per assicurarsi le forniture energetiche statunitensi.Anche se Tokyo abbia fatto tutto il possibile e mostrato la massima “sincerità” nei confronti degli Stati Uniti per garantire il suo approvvigionamento energetico, non è riuscita a eguagliare la portata della Cina.La Cina acquista circa 600.000 barili al giorno, ovvero 18 milioni di barili al mese, per un valore di quasi 10 miliardi di dollari ai prezzi attuali. Le raffinerie giapponesi hanno acquistato solo 3 milioni di barili ad aprile, una quantità equivalente agli acquisti cinesi in cinque giorni. E come ormai noto, gli Stati Uniti non danno priorità agli alleati, ma ai propri interessi.Da quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l’Iran il 28 febbraio, il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz è diminuito drasticamente a causa della minaccia di droni e attacchi missilistici iraniani.L’impatto è stato grave in tutta l’Asia. Nel Sud-est asiatico, oltre il 40% delle stazioni di servizio in Laos hanno chiuso, e le interruzioni in Cambogia e Thailandia hanno portato al razionamento e al controllo dei prezzi, mentre molti voli in Vietnam sono stati cancellati a causa della carenza di carburante per aerei in seguito al divieto di esportazione imposto dalla Cina.Nell’Asia meridionale, India, Pakistan e Bangladesh si trovano ad affrontare l’aumento dei prezzi e la necessità di razionamento idrico d’emergenza. Persino Giappone e Corea del Sud, nonostante le riserve, rimangono esposti a possibili interruzioni delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz.Pechino sembra ora considerare la situazione come un’opportunità per criticare gli Stati Uniti ed espandere la propria influenza politica in Asia.Molti sottovalutano l’industria petrolifera cinese, presumendo che dipenda fortemente dalle importazioni, ma in realtà, la produzione interna di greggio in Cina ha raggiunto circa 200 milioni di tonnellate all’anno, con riserve strategiche di circa 270 milioni di tonnellate ben al di sopra della soglia di sicurezza di 90 giorni. Quindi la Cina potrebbe sostenersi per più di un anno anche se le importazioni venissero interrotte. Eppure la Cina non è solo un acquirente, ma anche un raffinatore ed esportatore e nei momenti critici può far valere la sua forza limitando le esportazioni di carburante. Secondo il rapporto Reuters, pubblicato mercoledì scorso , le aziende cinesi stanno smerciando volumi record di GNL, approfittando degli alti prezzi spot, mentre l’offerta interna e gli afflussi tramite gasdotto si scontrano con una domanda più
debole. Questo contrasta con la situazione in cui si trovano gli acquirenti asiatici, che si affannano a sostituire le merci interrotte a causa dei problemi legati all’Iran.Come principale acquirente mondiale di GNL, la Cina ha riesportato da otto a dieci carichi a marzo, un record. Le rivendite dall’inizio dell’anno ammontano a circa 1,31 milioni di tonnellate, suddivise in 19 carichi, principalmente verso Corea del Sud e Thailandia, oltre a Giappone, India e Filippine, rafforzando il suo ruolo di fornitore chiave in Asia.A fine marzo le Filippine avevano scorte di gasolio sufficienti per meno di 10 giorni ed è stato dichiarato lo stato di emergenza; immediatamente la Cina ha inviato nel Paese due petroliere con oltre 260.000 barili di gasolio e ora fornisce più della metà delle importazioni di gasolio delle Filippine diventando un pilastro fondamentale della sua sicurezza energetica. Lo stesso vale per il Vietnam.Sul piano politico, le azioni della Cina hanno inviato un messaggio chiaro ai paesi vicini su chi poter contare in tempi di crisi: noi siamo qui per aiutarvi, sul prezzo di questo aiuto vedremo in seguito.
