L’Argentina sta attraversando ancora una volta una delle fasi peggiori della sua storia democratica. La scelta per cercare di uscirne, stavolta, guarda direttamente alla Cina, il suo primo partner commerciale, che d’altronde non aspetta altro. Ad ottobre, il 22, si terranno le elezioni presidenziali: la scelta dei candidati procede di pari passo con la crisi. Con un tasso d’inflazione che a maggio è stato del 114 per cento su base annua, un tasso di povertà vicino al 40 per cento e un cambio col dollaro sempre più sfavorevole, al punto che ormai le imprese adottano direttamente lo yuan per gli scambi commerciali con Pechino, il Paese che una volta era la prima economia del Sudamerica e più ricco di Italia e Francia, ha di fatto anticipato le primarie – che in Argentina sono obbligatorie – del 13 agosto, visto che i candidati sono già tutti blindati. È il caso soprattutto del partito di governo, i peronisti di Uniòn por la Patria, che visto il fallimento dell’attuale presidente, Alberto Fernandez; ad oggi hanno poche chance di riconfermarsi e proprio per questo hanno deciso di incanalare tutte le energie su un solo candidato, il ministro dell’Economia Sergio Massa. “Per responsabilità politica, istituzionale e sociale, il nostro partito ha deciso di presentare una lista unica alle prossime elezioni”, hanno scritto i peronisti su Twitter nel ringraziare i due “sacrificati”, il ministro dell’Interno, Eduardo de Pedro, e soprattutto Daniel Scioli, esponente importante della maggioranza, attualmente ambasciatore argentino in Brasile ma già vicepresidente e candidato nel 2015, quando perse da Mauricio Macri. A sfidare Massa, con buone chance di superarlo, saranno il governatore di Buenos Aires Horacio Larreta, di Juntos por el Cambio, e Patricia Bullrich, ex-presidente proprio del partito di Macri, Propuesta Republicana, di centrodestra. Sullo sfondo salgono anche le quotazioni dell’outsider Javier Milei, populista di estrema destra, che secondo alcuni sondaggi potrebbe persino vincere. Le primarie di agosto, visto che i candidati sono già scelti, saranno di fatto delle presidenziali anticipate, in cui gli esponenti potranno misurare il loro effettivo consenso prima del rush finale che si concluderà il 22 ottobre o, in caso di secondo turno, il 19 novembre. Sergio Massa difficilmente convincerà gli elettori, visto che è stato al timone dell’Economia proprio in una delle fasi più tragiche, ma è sicuramente un candidato autorevole. Nominato esattamente un anno fa, è un avvocato di 51 anni ed ha un profilo moderato, infatti è stato chiamato per gestire la crisi in modo prudente e traghettare il Paese verso le elezioni. Apprezzato dai mercati e dalla comunità internazionale, Massa negli ultimi mesi sta riuscendo a negoziare il debito dell’Argentina non solo nei confronti del Fondo monetario internazionale ma anche dei singoli Paesi creditori. Già nel 2022 Buenos Aires ha ottenuto con alcuni membri del “Club di Parigi”, gruppo di Paesi creditori, il rinvio del pagamento al 2028, mentre proprio degli ultimi giorni è la notizia di un accordo bilaterale con Francia, Spagna e Svezia, dopo quello già raggiunto con l’Italia e altri Paesi occidentali. Con il Fmi l’Argentina ha invece rinegoziato l’accordo nel 2022 per un prestito monstre da 44 miliardi di dollari, di cui 29 miliardi già ricevuti. Lo scorso 23 giugno il Paese sudamericano avrebbe dovuto restituire una tranche da 2,7 miliardi di dollari, ottenendo però il rinvio di una settimana, al 30 giugno, grazie all’intercessione del Brasile e di altri 5 Paesi sudamericani. Proprio il Brasile è particolarmente attivo nel cercare di dare una mano al Paese vicino, non solo per motivi politici (Lula e Fernandez appartengono alla stessa famiglia del socialismo latinoamericano) ma anche perché le due economie sono fortemente legate: Brasilia importa materie prime, Buenos Aires compra prodotti industriali. Ecco perché Lula sta provando a far entrare l’Argentina nella Banca dei Brics, in modo da farle ottenere altri finanziamenti (o quanto meno per tutelare l’export delle imprese brasiliane) e recentemente, in un incontro con Fernandez, ha rilanciato la proposta di una moneta unica, limitata ai soli scambi tra i due Paesi ma già più volte bocciata dagli economisti. L’Argentina nel frattempo si arrangia come può: l’ultima tendenza è quella di aggrapparsi sempre più a Pechino, il suo principale partner strategico. Persino Bloomberg ha rilevato che l’utilizzo dello yuan a Buenos Aires sta raggiungendo livelli record visto il cambio sempre più sfavorevole col dollaro, mentre la valuta cinese scambia ai minimi da sette mesi: “Yuan for everybody”, ha scritto il quotidiano finanziario americano, segnalando come lo yuan valga ormai un terzo del mercato monetario e che già oltre 500 imprese sul territorio argentino abbiano chiesto di pagare le importazioni in renmimbi. L’articolo cita Whirlpool ma si tratta in generale di imprese elettroniche, tessili, petrolifere e minerarie.
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