di Giulia Rocchetti
L’Iran dice di voler lasciare aperta la strada diplomatica, ma senza abbassare la guardia sul piano militare. È il messaggio lanciato martedì dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi, che a Teheran ha incontrato il ministro dell’Interno pakistano Mohsin Naqvi, arrivato nella capitale iraniana in una fase particolarmente delicata per gli equilibri regionali.
Teheran insiste sul doppio binario: disponibilità al dialogo, ma nessuna fiducia negli Stati Uniti e piena attenzione alla propria capacità di difesa. «L’Iran è serio sul terreno della diplomazia», ha dichiarato Araqchi secondo quanto riportato dai media locali, aggiungendo però che il paese «adotterà ogni misura necessaria» per rafforzare la protezione dei propri interessi nazionali.
La visita di Naqvi si inserisce nel tentativo del Pakistan di contenere l’escalation in Medio Oriente. Islamabad, che condivide con l’Iran un lungo confine e rapporti spesso complessi, prova a ritagliarsi uno spazio di mediazione mentre la tensione resta alta e ogni incidente rischia di allargare ulteriormente il conflitto.
Araqchi ha attribuito lo stallo diplomatico alle «richieste contraddittorie ed eccessive» avanzate dagli Stati Uniti, accusando Washington di aver compromesso in più occasioni negoziati già avviati. Una posizione che si inserisce in una diffidenza ormai strutturale, fin dal collasso dell’accordo nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), abbandonato unilateralmente dagli Stati Uniti durante la prima amministrazione Trump. Da allora, per la leadership iraniana, Washington è diventata un interlocutore sempre meno affidabile.
Il ministro iraniano ha poi richiamato le conseguenze delle operazioni militari statunitensi e israeliane nella regione, accusando Stati Uniti e Israele di alimentare un’instabilità che va ben oltre i confini iraniani. Nel discorso di Araqchi è tornata anche la strage di Minab, uno degli episodi più drammatici delle ultime settimane. Il 28 febbraio una scuola primaria nella città meridionale iraniana era stata colpita, causando la morte di circa 170 persone, in larga parte minori. Teheran continua a indicare quell’episodio come il simbolo del costo umano dell’attuale escalation e Araqchi ha chiesto che i responsabili vengano puniti «per crimini contro l’umanità». Anche su questo terreno l’Iran tenta di rafforzare la propria posizione diplomatica, mentre cerca sponde regionali. Da qui il rilievo attribuito alla missione pakistana. Naqvi ha infatti confermato la volontà di Islamabad di rafforzare i rapporti con Teheran e contribuire agli sforzi per la stabilizzazione della regione.
Per il Pakistan non si tratta solo di diplomazia: un deterioramento della sicurezza lungo il fronte iraniano può avere conseguenze dirette, dalla gestione delle frontiere alla sicurezza interna, fino agli equilibri economici ed energetici. Resta da capire quanto spazio reale esista per una de-escalation. L’Iran non chiude formalmente la porta al negoziato, ma il messaggio che arriva da Teheran è chiaro: alle condizioni attuali, una soluzione diplomatica appare lontana. Anche perché il nodo centrale resta la fiducia — o meglio, la sua assenza. Per ora, i contatti servono soprattutto a evitare un ulteriore deterioramento del quadro. Ma il rischio di un allargamento della crisi resta concreto.
