di Riccardo Bizzarri (*)
L’Europa si prepara alla guerra. O almeno così ci raccontano. Ogni giorno leggiamo dichiarazioni solenni: “Difenderemo ogni centimetro del territorio NATO”. “Aumenteremo la spesa militare”. “Costruiremo nuovi sistemi d’arma”. “Rafforzeremo la deterrenza”.
Benissimo. Peccato che ci sia un piccolo dettaglio che nessuno sembra aver notato. Chi li guida i carri armati? Chi pilota gli aerei? Chi sale sulle navi? Chi prende in mano il fucile? Perché le armi possiamo anche comprarle. Possiamo acquistarne a milioni. Possiamo riempire l’Europa di droni, missili, caccia di sesta generazione e carri armati super tecnologici. Ma poi serve qualcuno che li usi. E qui arriva il problema. L’Europa sta invecchiando più velocemente di qualsiasi altra area del pianeta. In molti Paesi europei si fanno meno figli di quanti ne servano per sostituire la popolazione.
I giovani diminuiscono ogni anno. I pensionati aumentano ogni anno. Gli asili chiudono. Le scuole si svuotano. Le case di riposo si moltiplicano. Eppure continuiamo a parlare di riarmo come se fossimo nel 1940. Nel 1940 le nazioni avevano milioni di ventenni. Oggi hanno milioni di sessantenni. La differenza non è proprio trascurabile. Immaginiamo la scena. La NATO convoca la mobilitazione generale. I governi europei aprono gli arsenali. I generali si presentano davanti a migliaia di Leopard, F-35, fregate e sistemi missilistici. Poi guardano la lista del personale. Tre quarti sono in pensione. Un quarto sta facendo un master. Gli altri stanno cercando casa perché con uno stipendio normale non riescono a permettersela. La prima domanda strategica non sarebbe più “come fermiamo il nemico?” Ma: “Qualcuno sa usare Excel? Dobbiamo aggiornare l’età media dell’esercito.”
L’età media europea continua a crescere. In alcuni territori i reparti militari rischiano di avere più artrosi che soldati. L’unica mobilitazione veramente efficiente che l’Europa potrebbe organizzare oggi sarebbe una fila ordinata davanti all’ufficio pensioni. Naturalmente nessuno lo dice. Perché è più semplice annunciare miliardi per gli armamenti che affrontare la questione centrale: una società che non fa figli non può pensare di sostenere nel lungo periodo né un sistema economico, né un welfare, né tantomeno una capacità militare credibile.
La storia è brutale. Le guerre le combattono i giovani. Le economie le costruiscono i giovani. Le innovazioni le producono i giovani. Il futuro lo abitano i giovani. Se i giovani non ci sono, puoi possedere l’arsenale più sofisticato del pianeta, ma stai semplicemente accumulando ferro, elettronica e debito. In fondo il vero paradosso europeo è questo. Spendiamo miliardi per prepararci a una guerra che forse non arriverà. Ma non spendiamo abbastanza per vincere quella che stiamo già perdendo. La guerra demografica. Una guerra silenziosa. Senza bombe. Senza droni. Senza dichiarazioni ufficiali.
Una guerra che ogni anno svuota le culle, chiude le scuole, riduce la forza lavoro e rende più fragile qualsiasi progetto di difesa. Perché la verità più scomoda di tutte è che la sicurezza non nasce nelle fabbriche di missili. Nasce nelle culle. E oggi, in Europa, il rumore delle culle è diventato più raro di quello delle conferenze stampa. Forse dovremmo preoccuparci di questo prima di discutere chi difenderà “ogni centimetro del territorio NATO”. Perché il rischio è che un giorno ci ritroveremo con il più moderno esercito del mondo. Parcheggiato. Perfettamente funzionante. Lucido. Costosissimo. E completamente senza equipaggio.
(*) Giornalista
