Da gennaio migliaia di palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprie case in Cisgiordania a causa delle continue razzie dei coloni israeliani.
di Claudia Carpinella (*)
In Cisgiordania procede a ritmo serrato il “sacro lavoro” di ripulire territori palestinesi sempre più ampi “in vista delle future ville ebraiche”, come annota Amira Hass in un articolo pubblicato su Haaretz nel quale dettaglia le conseguenze delle razzie dei coloni. Dall’inizio ad oggi del 2023 sono stati 5375 gli attacchi contro i palestinesi della West Bank. Attacchi che si sono conclusi con palestinesi uccisi, feriti o privati del loro bestiame. In realtà, sono solo una parte delle vessazioni subite dai palestinesi, dal momento che nel tragico bilancio riportato non compaiono le aggressioni in cui “questi ambasciatori della supremazia razziale”, come annota Hass, si sono prodotti intimidazioni e provocazioni.
Lo scopo è sempre lo stesso: costringere i palestinesi ad andare via dalle loro terre per fare spazio ai coloni prima, e alle ville israeliane poi.
Obiettivo non ancora conseguito, certo, ma la direzione è tracciata. “Gli eroi degli avamposti e degli insediamenti possono darsi una pacca sulla spalla”, commenta la Hass. Infatti, da gennaio 2023 seimila palestinesi sono stati costretti a lasciare le loro case sotto la pressione degli incessanti attacchi. Duemila di questi sono stati costretti a fuggire negli ultimi quattro mesi, dei quali novecento bambini [al totale si aggiungono circa 40mila palestinesi sfollati dall’IDF dai diversi campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams].
Durante gli oltre cinquemila attacchi sono stati assassinati 64 palestinesi. Morti che hanno ricevuto qualche attenzione dai media israeliani, per poi essere “inghiottiti dal buco nero dell’oblio”. Non c’è stato un colpevole, non un processo. Del resto, gli autori di tali omicidi stanno “adempiendo al mitzvah della distruzione” invocato da diversi ministri del governo Netanyahu.
Insediamenti e avamposti non crescono da soli
I coloni hanno bisogno di armi, case, macchinari agricoli, droni, nuove strade e fuoristrada mentre scacciano i palestinesi dalla loro terra. Questo programma di pulizia etnica non è economico, come annota Middle East Eye. Bezalel Smotrich non è soltanto il principale regista politico dell’espansione israeliana in Cisgiordania: è anche colui che ne garantisce il sostegno economico. Da ministro delle Finanze ha infatti stanziato sette miliardi di shekel per un piano quinquennale destinato alle strade degli insediamenti, pari a circa il 30% del budget che Israele destina alle strade, nonostante i coloni rappresentino appena il 3% della popolazione del Paese.
Strade che, oltre a collegare e consolidare le colonie, vengono spesso costruite su terre palestinesi e finiscono per accelerare l’espulsione delle comunità locali. Parallelamente, il suo alleato messianico Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, ha favorito l’armamento dei coloni approvando licenze per armi in 18 insediamenti illegali con il pretesto di “rafforzare l’autodifesa”.
Una divisione dei compiti sempre più evidente: Smotrich fornisce i mezzi e il sostegno economico, Ben-Gvir le armi.
L’annessione de facto della Cisgiordania
Ma i coloni — o i “cocchi dell’establishment”, come li definisce ironicamente Amira Hass — rappresentano “solo” il braccio armato di Tel Aviv in Cisgiordania. Israele sta procedendo anche sul piano legislativo e su quello del controllo dell’informazione: negli ultimi mesi sono aumentati i casi di restrizioni e divieti d’ingresso in Cisgiordania nei confronti di giornalisti indipendenti e reporter critici, com’è accaduto ad Alessandro Stefanelli.
Negli ultimi giorni la Knesset ha discusso un disegno di legge sostenuto dall’estrema destra israeliana per istituire una nuova Autorità israeliana per le antichità della Cisgiordania. Formalmente, l’ente dovrebbe occuparsi di archeologia e patrimonio storico. Ma il punto centrale è un altro: per la prima volta un organismo civile israeliano eserciterebbe poteri diretti all’interno di un territorio occupato e persino nelle aree amministrate dall’Autorità palestinese (ovvero le aree A e B della West Bank).
Tale provvedimento rappresenta un ulteriore passo verso l’annessione de facto della Cisgiordania e una violazione degli Accordi di Oslo.
Un’annessione che affonda le proprie radici nel passato, ma che ha subito una brusca accelerazione dal febbraio 2023, quando Bezalel Smotrich ha assunto anche il controllo del COGAT, l’ente della Difesa che si occupa dell’Amministrazione Civile dei Territori occupati, ottenendo così un potere diretto sulla pianificazione territoriale e sull’espansione degli insediamenti.
Il risultato? La coalizione guidata da Benjamin Netanyahu, con Smotrich come principale regista dell’operazione, ha approvato 102 nuovi insediamenti. Per fare un confronto, dall’inizio dell’occupazione del 1967 fino al 2022 ne erano stati approvati 167. Numeri – e soprusi – destinati a crescere inesorabilmente. Lo scorso febbraio, infatti, la Knesset ha approvato una legge che consente a Israele di registrare ufficialmente vaste aree della Cisgiordania come “terre statali”, rafforzando ulteriormente il controllo israeliano sul territorio. Nel frattempo, centinaia di “avamposti” sono sorti nella totale impunità, con conseguenze devastanti per la popolazione palestinese.
Tutto in aperta violazione degli Accordi di Oslo – oltre che della Quarta Convenzione di Ginevra. Del resto, come scrive Gideon Levy, “non ci sono clausole del diritto internazionale che Israele non abbia violato”.

