di Giuliano Longo (*)
Il 7 giugno l’Armenia torna alle urne. Non è solo un voto parlamentare: è il referendum di fatto sul futuro geopolitico del Caucaso meridionale. Da un lato c’è il premier Nikol Pashinyan, che in due anni ha rotto con Mosca e punta a UE e Stati Uniti. Dall’altro un’opposizione filo-russa che Mosca sostiene apertamente. In mezzo, la Russia di Putin, che non ha più l’illusione di controllare Erevan come in passato.
La rottura con Mosca è già avvenuta
Fino al 2023 l’Armenia era il membro più fedele della CSTO, l’alleanza economico militare guidata dal Cremlino. Poi l’Azerbaigian ha ripreso il Nagorno-Karabakh sotto gli occhi dei peacekeeper russi. Erevan ha accusato Mosca di tradimento e nel 2024 ha sospeso la partecipazione alla CSTO, ha ospitato capi NATO a Erevan e ha firmato con Washington accordi su minerali e sul “Trump Route”, il corridoio di trasporto che bypassa la Russia.
Mosca ha risposto con la leva economica e diplomatica. A fine maggio ha richiamato l’ambasciatore Sergei Kopyrkin “per consultazioni”, gesto raro tra alleati. L’Unione Economica Eurasiatica ha minacciato di sospendere l’Armenia per le sue ambizioni UE e nelle ultime settimane sono arrivati limiti alle importazioni di brandy, frutta e fiori armeni e avvertimenti sul gas a prezzo agevolato.
Elezioni: Pashinyan contro l’asse filo-russo
Pashinyan corre per il terzo mandato con il suo partito Civil Contract. I sondaggi lo danno davanti con circa il 30%, ma un terzo degli elettori è indeciso. Di fronte ha un blocco di partiti filo-russi, tra cui “Strong Armenia” del miliardario Samvel Karapetyan, oggi in carcere per accuse di golpe. Pashinyan li definisce “marionette di Mosca”.
Washington ha già scommesso su di lui. Il Segretario di Stato Marco Rubio è stato a Erevan pochi giorni fa. Il presidente Trump ha appoggiato apertamente la rielezione di Pashinyan.
La pressione russa
Mosca non accetta di perdere l’ultimo alleato nel Caucaso con basi militari sul territorio. La portavoce Zakharova parla di “guerra ibrida” lanciata dall’UE contro la Russia attraverso Erevan.
Secondo intelligence occidentali riportate da Reuters, la Russia ha intensificato le campagne di disinformazione e starebbe organizzando il trasferimento di decine di migliaia di armeni dalla Russia per farli votare contro Pashinyan. L’UE ha avvertito di ingerenze e ha rafforzato la sua missione di monitoraggio EUPM in Armenia.
Rischi globali
Per Mosca, una vittoria di Pashinyan significa perdere il controllo sul Caucaso meridionale, vedere l’UE arrivare al confine con l’Iran e l’Azerbaigian rafforzarsi con il sostegno turco. Per l’Armenia, vincere significa consolidare l’apertura a Occidente, ma a costo di ritorsioni economiche russe e di instabilità interna.
Il voto del 7 giugno non deciderà solo il parlamento di Erevan. Deciderà se la Russia mantiene un piede nel Caucaso o se l’intera regione scivola nell’orbita occidentale mentre Mosca è impegnata in Ucraina.
Perché l’Europa potrebbe non raggiungere i suoi obiettivi in Armenia
Mosca pesa per circa il 35% del commercio estero armeno. Il gas russo copre gran parte del fabbisogno a prezzo agevolato e le esportazioni agricole armene – brandy, frutta, verdura – vanno soprattutto in Russia. L’UE non ha alternative immediate di pari entità, se Mosca taglia gas o blocca import, l’economia armena va in crisi per mei e forse per anni.
L’Armenia confina con Turchia e Azerbaigian. Dopo la perdita del Nagorno-Karabakh nel 2023, Erevan non ha più un garante militare. La CSTO non funziona più, ma la NATO non offre protezione formale. La missione civile UE EUPM serve per monitoraggio, non per deterrenza, ma . se Baku spingesse ancora sulle sue rivendicazioni – non solo il NagornoKarbak già conquistato con relativo esodo della popolazione armena ivi residente -, l’Europa non ha strumenti militari per intervenire.
Gli strumenti coercitivi della Russia
Come già scritto lo strumento più efficace potrebbe essere nell’immediato il taglio o l’aumento del prezzo del gas, con ulteriori restrizioni alle importazioni agricole armene, già applicate a maggio 2026. Nè va sottovalutata la diaspora armena residente in Russia, con circa 2 milioni di persone che, con il loro rientro di massa, potrebbero influire sul voto. Senza escludere l minaccia di sospensione dall’Unione Economica Eurasiatica per costringere Erevan a scegliere tra EAEU e UE, riducendo il sostegno diplomatico all’Armenia su confini e pace.
In sintesi: l’Europa ha soft power e promesse di integrazione, ma non ha ancora sostituito gas, mercato e sicurezza che la Russia controlla. Gli strumenti coercitivi di Mosca sono economici e ibridi, e colpiscono dove l’Armenia è più fragile: energia, export, stabilità politica. Per questo, anche se Pashinyan vince, la svolta occidentale resta rischiosa e reversibile.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
