Esteri

IA, autoritarismo e resilienza democratica nelle città

Sessione speciale al World Human Rights Cities Forum 2026 — Gwangju, Corea Cesare Ottolini, coordinatore globale IAI

Il 13 maggio 2026 a Gwangju — la città sudcoreana divenuta simbolo globale della resistenza democratica con l’insurrezione del 18 maggio 1980 — si è svolta una delle sessioni più attuali e provocatorie del World Human Rights Cities Forum 2026.

La sessione speciale della Chonnam National University ha riunito ricercatori, leader della società civile e difensori dei diritti urbani per confrontarsi su una domanda che rimodella le città: cosa accade alla democrazia quando a governare sono gli algoritmi?

La sessione è stata organizzata dall’International Alliance of Inhabitants (IAI), dal Gwangju International Center, dalla Glocal University 30 CNU, dal May 18 Institute della Chonnam National University, dal CNU Institute for Convergent Humanities e dal Mahidol University Institute of Human Rights and Peace Studies — con il supporto di Gwangju City, UNESCO, l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, UCLG e il Raoul Wallenberg Institute.

La sessione ha mostrato come le istituzioni siano oggi messe a rischio da sistemi che non sanno ancora governare: sistemi che sfuggono al controllo perché spesso concentrati nelle mani di pochi attori privati. Dagli algoritmi del mercato immobiliare alla disinformazione elettorale, dall’erosione invisibile dell’autonomia alla colonizzazione della memoria collettiva, la posta in gioco è altissima.

Messaggio centrale ed urgente: la governance dell’IA non è una questione tecnica, ma politica. I residenti devono essere agenti, non meri punti dati; i dati urbani devono essere un bene comune; le città devono governare l’IA, non sottoscriverla.

L’aria della città digitale dovrebbe rendere liberi i suoi abitanti — ma ciò è possibile solo se le scelte politiche delle istituzioni e delle autorità pubbliche a tutti i livelli, dall’internazionale al nazionale e locale, sono radicate nel multilateralismo e nella pace, nel rispetto dei diritti umani e ambientali, nella partecipazione reale e nella democrazia, e non nel profitto e nell’autoritarismo.

 

Cinque relatori di rilievo si sono succeduti alla tribuna, in quest’ordine.

 

Kang Hyun Jeong Assistant Professor, Chonnam National University

The Trap of Digital Totalitarianism: Gwangju Democracy as a Compass for AI Ethics (La trappola del totalitarismo digitale: la democrazia di Gwangju come bussola per l’etica dell’IA)

 

Kang ha aperto la sessione con il contributo più filosoficamente fondante, richiamando l’eredità del 18 maggio 1980 per affrontare ciò che ha definito «totalitarismo digitale» — una forma di controllo del tutto diversa dalla violenza militare aperta che il popolo di Gwangju ha subito.

 

 

 

I cittadini di Gwangju hanno dimostrato che l’autonomia comunitaria — la capacità di determinarsi secondo i propri valori — può sopravvivere anche quando la libertà è soppressa con violenza. Si sono presi cura dei feriti l’uno dell’altro. Hanno condiviso il riso per le strade. La sofferenza visibile ha creato solidarietà visibile.

 

Il totalitarismo digitale opera tramite l’invisibilità. Gli algoritmi dell’IA non sopprimono la libertà direttamente — ne ricostruiscono gradualmente le condizioni, mantenendone però la forma. Le persone usano l’IA non perché lo vogliono, ma perché non farne uso comporta uno svantaggio strutturale in istruzione, lavoro e vita civica. Il giudizio umano viene esercitato sempre più all’interno dell’intervallo di ciò che l’IA raccomanda.

Il risultato: gli individui vengono frammentati in input di dati in un vasto sistema, perdendo la capacità di azione interdipendente — la stessa autonomia comunitaria — che i cittadini di Gwangju hanno combattuto per difendere.

 

La sfida del nostro tempo: come ricostruire una solidarietà reciprocamente emancipante quando la sofferenza che la richiede è invisibile? Invocare lo spirito della democrazia di Gwangju come bussola per l’etica dell’IA non è nostalgia. È una strategia di sopravvivenza.

 

Cesare Ottolini Coordinatore Globale, International Alliance of Inhabitants

Vigilanza civica e governance dell’IA centrata sui residenti

 

Ottolini è andato dritto al cuore della questione: l’IA non è neutrale. È una tecnologia politica, sviluppata e posseduta da una manciata di attori economici, impiegata al servizio di una crescita urbana illimitata e della finanziarizzazione della casa.

Ha tracciato una traiettoria urbana in quattro fasi — dalle “Città Analogiche” alle “Smart City” (Città Intelligenti), alle Autonomous City (Città Autonome) governate da “City Brains” (Cervelli Urbani), fino alle “Secessionist City” (Città Secessioniste) che operano completamente al di fuori della giurisdizione nazionale e dei quadri dei diritti umani. NEOM, in Arabia Saudita — costruita sfrattando con la forza 20.000 persone indigene, dove a Sofia, un robot, è stata concessa la cittadinanza mentre i lavoratori migranti restano privi di diritti — ne è la manifestazione più evidente.

Ha documentato come le piattaforme immobiliari potenziate dall’IA funzionino da “cartelli algoritmici”, colludendo sui prezzi e accelerando la finanziarizzazione della casa — un processo che nessun organismo regolatorio internazionale ha finora proibito in modo specifico.

Contro questo scenario, Ottolini ha indicato tre futuri possibili: la “Rented City”

(tecno-autoritarismo da parte di piattaforme private), la “Monitored City” (sorveglianza statale mascherata da efficienza) e la “City of Inhabitants” — dove l’IA è governata come bene comune, i dati appartengono alle comunità e i residenti sono protagonisti, non meri punti dati.

Proposta concreta: l'”Inhabitants’ Solidarity Intelligence (ISI) (Intelligenza Solidale degli Abitanti) — una rete globale multiattoriale per documentare discriminazioni algoritmiche, sviluppare strumenti civici e tradurre le conoscenze dei residenti in norme internazionali vincolanti.

 

E un diritto alla città ampliato per l’era dell’IA: trasparenza del potere algoritmico, libertà dalla discriminazione codificata, proprietà collettiva dei dati urbani e partecipazione democratica nelle scelte sui sistemi che governano la vita quotidiana.

 

Chomkate Ngamkaiwan Lecturer, Mahidol University Institute of Human Rights and Peace Studies

Intelligence Operations and AI in Thailand’s Democratic Erosion (Operazioni d’intelligence e IA nell’erosione della democrazia in Thailandia)

 

Ngamkaiwan ha portato esempi concreti dalla Tailandia: l’erosione democratica in corso in Thailandia, accelerata dalle Operazioni d’Intelligence (IO) potenziate dall’IA. Dal colpo di Stato del 2014, campagne di disinformazione coordinate — operazioni “bianche” a favore del governo e operazioni “nere” per screditare gli oppositori — sono diventate lo strumento principale di gestione politica senza abolire le elezioni. La Commissione Nazionale per i Diritti Umani della Thailandia ha confermato che queste operazioni violano norme costituzionali e sui diritti umani.

L’IA ha trasformato scala, velocità e plausibilità di queste campagne. Nelle elezioni generali del 2026, immagini e clip audio generate dall’IA coinvolgenti figure politiche hanno circolato ampiamente — continuando a modellare la percezione pubblica anche dopo essere state smascherate. La disinformazione si propaga più rapidamente su piattaforme chiuse come LINE, dove circola in reti di fiducia ed è quasi impossibile da rintracciare o contrastare.

L’IA funziona contemporaneamente da arma e da capro espiatorio: attori politici la usano per attaccare avversari e nel contempo attribuiscono contenuti controversi a un “errore tecnologico”, oscurando sistematicamente la responsabilità umana. Il risultato non è la soppressione della partecipazione, ma la sua distorsione: una competizione formalmente aperta condotta in un ambiente informativo fondamentalmente truccato. Ngamkaiwan ha concluso che l’erosione democratica si approfondirà a meno che non vengano urgentemente costruiti meccanismi molto più robusti di responsabilità, verifica e alfabetizzazione pubblica.

 

Sergio Bellucci Academic Director, AI Faculty, University for Peace (UPEACE), Roma

AI, Peace and Multipolarism: Implications for Urban Rights and Democratic Governance (IA, pace e multipolarismo: implicazioni per i diritti urbani e la governance democratica

 

Bellucci ha aperto con un’immagine: camminare per Napoli, Barcellona, Istanbul — muovendosi simultaneamente attraverso strati diversi del tempo storico. La città industriale non ha cancellato la città preindustriale; l’ha incorporata sotto una nuova logica. L’IA costituisce una terza grande irruzione nel tessuto urbano. Ha mappato il suo impatto su sei dimensioni: spazio fisico, mobilità, sistemi energetici, governance, capacità predittive e tessuto sociale.

 

 

 

La sua analogia storica: l’elettrificazione era una tecnologia neutra? No — chi controllava la rete elettrica controllava la città. A Vienna la municipalizzazione fu un progetto socialdemocratico. A Londra fu lasciata all’iniziativa privata. Stessa tecnologia. Filosofie del potere opposte. La stessa biforcazione si presenta oggi rispetto all’IA urbana: “smart city” può descrivere Songdo, Corea — costruita dall’alto come laboratorio tecnologico — e può ugualmente descrivere Decide Madrid, che ha coinvolto milioni di cittadini in autentiche deliberazioni democratiche.

Ha proposto un diritto alla città aggiornato per l’era dell’IA — spiegabilità algoritmica, non discriminazione computazionale, sovranità sui dati urbani, partecipazione democratica alle scelte algoritmiche — e ha ancorato queste rivendicazioni all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: la visione del SDG 11 per città inclusive, sicure e resilienti deve ora includere la protezione dall’esclusione digitale e dalla sorveglianza; l’esigenza del SDG 16 di istituzioni responsabili deve comprendere la responsabilità algoritmica come problema di architettura democratica, non di gestione tecnica.

I suoi tre scenari — Platform City, Surveilled City, Augmented Democratic City — non erano previsioni ma scelte politiche aperte all’intervento democratico. Le sue cinque priorità operative: audit algoritmici obbligatori; sovranità pubblica sui dati urbani; inclusione delle comunità marginalizzate nella co-progettazione dell’IA; alfabetizzazione civica sull’IA; e reti di città democratiche che condividano codice, pratiche di governance e quadri regolatori.

“L’IA è già nel tessuto delle nostre città. La democrazia deve imparare a conviverci — non a subirla.”

 

Kim Yeonmin Professor, Chonnam National University

Can AI Produce Countermemory in the Postmemory Generation? (L’IA può produrre contromemoria nella generazione della postmemoria?)

KIM ha chiuso la sessione con una domanda apparentemente semplice: l’IA può produrre contro-memoria? Richiamando il concetto di “postmemory” di Marianne Hirsch — l’esperienza delle generazioni che ereditano traumi storici tramite mediazione culturale e non per testimonianza diretta — KIM ha esplorato cosa significhi che la generazione di postmemoria di oggi faccia affidamento in larga misura su immagini e narrazioni generate dall’IA per comprendere il passato.

 

Il rischio è strutturale: gli output dell’IA favoriscono il dominante e il frequente, perciò le memorie delle minoranze e le narrazioni di resistenza rischiano di essere filtrate da algoritmi che riflettono i pregiudizi dei loro creatori. Le piattaforme agiscono come “guardiani della memoria”, creando potenzialmente un’egemonia della memoria che preclude futuri più radicali istituzionalizzando il passato come dato.

 

Eppure KIM rifiuta il determinismo. L’IA permette anche di preservare le testimonianze dei sopravvissuti, creare musei digitali e diffondere rapidamente voci storicamente soppresse.

 

Quando voci a lungo escluse dagli archivi vengono digitalizzate e ricostruite, nuove contro-memorie possono emergere e diffondersi globalmente a velocità senza precedenti, favorendo solidarietà multidirezionale tra le generazioni.

 

 

 

 

L’intersezione tra IA e postmemory, ha concluso KIM — evocando Walter Benjamin — non è soltanto un luogo di rischio. È un’arena dinamica per “risvegliare i morti e ricomporre ciò che è stato frantumato.”

 

 Cosa ha chiarito questa sessione:

 

Dagli algoritmi del mercato immobiliare alla disinformazione elettorale, dall’erosione invisibile dell’autonomia alla colonizzazione della memoria collettiva, la posta in gioco non potrebbe essere più alta.

Moderata da Kjaerum e Duarte — due figure che hanno dedicato le loro carriere a costruire le istituzioni che proteggono i diritti — la sessione ha dimostrato che le stesse istituzioni sono oggi a rischio a causa dei sistemi che non hanno ancora imparato a governare.

Il messaggio è stato unitario e urgente: la governance dell’IA non è una questione tecnica. È la questione politica del nostro tempo. I residenti devono essere agenti, non punti dati. I dati urbani devono essere un bene comune. Le città devono governare l’IA — non sottoscriverla.

L’aria della città digitale dovrebbe rendere liberi i suoi abitanti — ma ciò è possibile solo se le scelte politiche delle istituzioni e delle autorità pubbliche a ogni livello, dall’internazionale al nazionale e al locale, sono radicate nel multilateralismo e nella pace, nel rispetto dei diritti umani e ambientali, nella partecipazione reale e nella democrazia, e non nel profitto e nell’autoritarismo.

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