Segue all’articolo pubblicato da Ore 12 venerdì 7 agosto
di Giuliano Longo (*)
Nel dibattito strategico dei principali think tank occidentali — dal Royal United Services Institute (RUSI) al Center for Strategic and International Studies (CSIS), fino alle analisi pubblicate su Foreign Affairs e GLOBSEC — si fa strada con insistenza l’ipotesi che la guerra in Ucraina possa avviarsi verso un congelamento entro il 2027.
Un epilogo che le cancellerie euro-atlantiche definiscono come una “quasi vittoria” di Mosca: un assetto in cui il Cremlino, pur non ottenendo la sottomissione totale di Kiev, consoliderebbe il controllo di fatto sui territori occupati, congelerebbe le ambizioni d’ingresso dell’Ucraina nella NATO e lascerebbe il Paese strutturalmente mutilato sul piano economico e demografico.
Questa lettura occidentale poggia su tre assi di analisi principali: La capacità della Russia di convertire la propria economia in un regime di guerra permanente, garantendo un flusso costante di munizioni e reclute al fronte. Le oscillazioni politiche, la stanchezza delle opinioni pubbliche e la pressione sui bilanci in Europa e Nord America. Il logoramento sistemico delle reti energetiche e industriali ucraine sotto i continui attacchi droni e missilistici.
Tuttavia, confrontando questo impianto con le analisi della comunità strategica e degli istituti più obiettivie realistici interni alla Russia — come il Consiglio Russo per gli Affari Internazionali (RIAC) o l’Istituto Primakov (IMEMO) —, emerge una narrazione sostanzialmente diversa nelle premesse, ma convergente negli esiti sul campo.
Per gli analisti del RIAC, infatti, il 2027 non rappresenta il momento di un “compromesso subito dalla Russia”, bensì la fase di naturale maturazione della sua strategia d’attrito. Secondo la prospettiva realista di Mosca, l’obiettivo primario dell’operazione militare non è mai stato il rapido controllo geografico totale, ma il progressivo prosciugamento delle risorse materiali dell’esercito ucraino e della base industriale dei Paesi NATO che lo sostengono.
In questa cornice, la “quasi vittoria” vista dall’Occidente viene interpretata dagli esperti dell’establishment politico-militare russo come il raggiungimento di un successo strategico strutturale.
Entro il 2027, la creazione di una nuova realtà territoriale permanente (“realities on the ground”) e l’impossibilità per la NATO di ripristinare i confini del 2022 dimostrerebbero l’inefficacia delle sanzioni economiche e la ridimensionata capacità di deterrenza del blocco occidentale.
A differenza degli analisti russi dissidenti o in esilio, che leggono un eventuale cessate il fuoco nel 2027 come un punto d’arresto necessario per evitare la stagflazione e il sovraccarico interno della Russia, l’apparato d’analisi di Mosca sottolinea l’avvenuto riorientamento geopolitico dell’economia russa verso il Global South e i mercati asiatici.
Per l’élite strategica russa, il 2027 non sarà dunque la fine di una parentesi di crisi, ma la consacrazione di un nuovo ordine mondiale multipolare in cui l’Occidente si vedrà costretto ad accettare le “esigenze di sicurezza” di Mosca nel continente europeo.
Per completare il quadro informativo, occorre infine affiancare a queste letture l’analisi del giornalismo indipendente russo, il cui perno principale è rappresentato da Meduza. Fondata nel 2014 a Riga da un gruppo di giornalisti usciti da Lenta.ru per sottrarsi alla censura di Stato, Meduza è oggi la più grande testata d’inchiesta indipendente in lingua russa.
Operando dall’esilio e supportata da una rete capillare di fonti anonime sul campo e all’interno delle istituzioni russe, la testata si è affermata come una voce critica fondamentale per comprendere le dinamiche interne al Paese al di fuori della propaganda di regime.
Nelle sue inchieste e valutazioni strategiche, Meduza controbilancia sia la retorica del Cremlino sia i trionfalismi occidentali, evidenziando come la presunta “quasi vittoria” russa entro il 2027 celi fragilità interne e costi sociali profondi:
La dipendenza da bonus finanziari sempre più elevati per attrarre contrattisti e il timore del Cremlino di ordinare una nuova mobilitazione generale, potenziale innesco di scontento sociale I sondaggi interni e i reportage testimoniano una società affaticata dall’inflazione e dalle perdite umane, in cui la maggioranza desidera un’interruzione rapida dei combattimenti.
Meduza sottolinea che il congelamento delle ostilità nel 2027 aprirà la fase più rischiosa per il regime di Vladimir Putin, chiamato a gestire la riconversione di un’economia bellica ipertrofica e il reinserimento di centinaia di migliaia di reduci dal fronte.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
