La guerra di Trump

Perché l’economia dell’Iran non è crollata nonostante la guerra?

A woman holds a portrait of Iran's Supreme Leader, Ayatollah Mojtaba Khamenei, during a ceremony honoring the armed forces and those killed in the war with Israel and the U.S. at the Imam Khomeini Grand Mosque in Tehran, Iran, Sunday, May 24, 2026. (AP Photo/Vahid Salemi)

 

Di Balthazar

Dopo decenni di sanzioni che non sono riuscite a spingere gli iraniani a rovesciare il regime, gli Stati Uniti e Israele sono ricorsi al conflitto diretto e al blocco navale. Nonostante la tesi occidentale secondo cui l’Iran fosse sull’orlo del collasso finanziario, l’economia di Teheran — pur duramente colpita — ha mostrato una sorprendente capacità di tenuta.

Danno reale e “Collasso Imminente”?

L’economia iraniana versa nelle condizioni più difficili da decenni. Anni di sanzioni “di massima pressione” hanno cancellato vent’anni di crescita, e i bombardamenti hanno provocato centinaia di miliardi di dollari di danni alle infrastrutture, distruggendo circa mezzo milione di posti di lavoro nei primi mesi del 2026.

Prima dell’escalation militare, l’occupazione era salita da 23 a 25 milioni di posti. Nonostante la contrazione dovuta alla guerra, i dati della primavera 2026 mostrano un calo del PIL contenuto ad un -0,21% su base annua, frenato dal sostegno statale ai servizi pubblici (+6,5%) e dalla tenuta del settore manifatturiero (+1,46%).  A parità di potere d’acquisto, il PIL pro-capite nel 2025 risultava superiore del 9,6% rispetto al 2018 (inizio della campagna di massima pressione di Trump).

 Rilancio dei sussidi diretti alle famiglie

Una chiave della resilienza è stata la politica di welfare avviata dalle amministrazioni Raisi e Pezeshkian. A differenza delle politiche orientate al libero mercato del precedente governo Rouhani, le ultime gestioni hanno ampliato i trasferimenti diretti di denaro ai ceti meno abbienti (cash transfers).

Questo ha redistribuito le risorse e ridotto i tassi di povertà assoluta di prima della guerra, attutendo e l’iperinflazione, evitando la fame di massa tra le fasce più vulnerabili.

Invece di imporre un blocco rigido sui prezzi e ricorrere subito al razionamento — misura che crea mercato nero e paralisi —, il governo ha scelto di lasciare fluttuare i prezzi e il tasso di cambio della valuta. Questa scelta ha permesso ai mercati interni di riassorbire gli shock, garantendo la disponibilità dei beni ( a prezzi elevati) e prevenendo il collasso dell’offerta.

La priorità della sovranità e il costo sociale

L’Iran ha pagato un prezzo altissimo per resistere a sanzioni e attacchi: perdita di investimenti, alta inflazione e impoverimento diffuso. Ciononostante è un Paese può funzionare in uno stato di stagnazione e sofferenza per un tempo indefinibile senza “collassare”.

Specialmente quando lo Stato mantiene strumenti di redistribuzione del reddito e la popolazione attribuisce un elevato valore alla sovranità e indipendenza nazionale.

I limiti della narrazione occidentale sulla opposizione iraniana

La narrazione occidentale tende spesso a spiegare la stabilità o il “silenzio” interno delle società sotto regimi autoritari affidandosi unicamente all’equazione della morsa repressiva. Pur essendo l’apparato securitario e giudiziario di Teheran spietato e pervasivo, la sola coercizione rara mente basta a garantire la tenuta nel tempo, specialmente durante una crisi bellica.Ma è veramente così?:

Quando l’inflazione è elevata e il potere d’acquisto viene continuamente eroso, la priorità assoluta per milioni di famiglie diventa la gestione pragmatica della quotidianità (procurarsi il cibo, pagare l’affitto, accedere ai farmaci) che riduce lo spazio e il tempo che la classe media o i lavoratori possono dedicare all’attivismo politico o allo sciopero continuato.

La frammentazione della classe media e l’emigrazione

Mentre le classi meno abbienti vengono agganciate dai sussidi statali per evitare la fame, la classe media urbana — tradizionalmente il motore della spinta riformista o di protesta — subisce un impoverimento progressivo.

Molti giovani istruiti, professionisti e dissidenti scelgono l’emigrazione (fuga dei cervelli) o si rifugiano in una forma di disimpegno e rassegnazione privata, vedendo sfumare la prospettiva di un cambiamento politico imminente e rifiutando il rischio di un caos o di una sirianizzazione del Paese in tempo di guerra.

La combinazione tra repressione mirata sui vertici del dissenso e politiche di sussistenza per la massa della popolazione disinnesca le condizioni materiali per una sollevazione popolare di massa, trasformando l’opposizione potenziale in una maggioranza silenziosa o rassegnata e fa cadere il presupposto di un Iran sulla soglia della rivolta generale.

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