di Giuliano Longo (*)
Mentre molti osservatoti danno per certo un altro attacco militare all’Iran, il fragile cessate il fuoco non ha raggiunto il suo obiettivo principale di una rapida uscita da una guerra costosa, facendo perdere all’Iran la carta della inflazionistica internazionale derivante dagli elevati prezzi del petrolio.
Al momento non è noto se riprenderanno o meno i colloqui di pace, per certo ci sono le dichiarazioni di Trump che ieri avrebbe respinto il piano iraniano in 14 punti per la ripresa dei colloqui prolungando la tregua praticamente di un mese. Ma Trump cambia spesso idea.
Se questa nuova situazione di stallo consente all’Iran di mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz, Trump sta invece seguendo il consiglio della Foundation for Defense of Democracies (FDD) – potente think tank filo israeliana, della quale scriviamo di seguito.
La FDD ha sempre sostenuto che il blocco navale americano del Golfo Persico avrebbe rapidamente paralizzato l’economia iraniana e costretto Teheran alla capitolazione e consentendo a Trump di ottenere, – attraverso la strangolamento economico – ciò che non è ancora riuscito a ottenere con la forza militare.
Secondo questa logica, il blocco navale americano avrebbe azzerato le entrate da esportazione dell’Iran nel giro di pochi giorni, infliggendogli perdite di quasi 500 milioni di dollari al giorno, calcolando anche che l’interruzione delle esportazioni di petrolio.
Questo, sosteneva la FDD, avrebbe ribaltato drasticamente l’equilibrio strategico, trasformando lo Stretto di Hormuz da una presunta risorsa iraniana, in un tallone d’Achille paralizzante, offrendo al Washington l’inestimabile vantaggio del tempo. La pressione sull’Iran sarebbe aumentata mentre quella sugli Stati Uniti si sarebbe rapidamente attenuata.
La tanto agognata sottomissione dell’Iran sembrava improvvisamente a portata di mano. ” Il blocco è geniale” dichiarò pubblicamente Trump in conferenza stampa “ora non devono far altro che arrendersi; è tutto ciò che devono fare. Devono solo dire: ‘Ci arrendiamo’”.
Come prevedibile i calcoli sicuri e la logica impeccabile della FDD erano più radicati nelle intenzioni che nella dura realtà.
Secondo le proiezioni del Think Tank, l’Iran avrebbe dovuto esaurire la sua capacità di stoccaggio quasi una settimana fa. Eppure le immagini satellitari mostrano che Teheran ancora impegnata a caricare petrolio su petroliere sull’isola di Kharg.
Sebbene il blocco abbia innegabilmente aumentato la pressione economica, non vi è ancora alcun segno della grave crisi di stoccaggio – o del collasso a cascata – che la FDD aveva promesso con sicurezza a Trump.
Nella politica statunitense nei confronti dell’Iran esiste una patologia che trascende amministrazioni e appartenenze politiche ,con l’incessante ricerca di una soluzione miracolosa che porti l’Iran al collasso, lo costringa alla capitolazione.
Nel corso di 47 anni, la caccia a questa leggendaria “pallottola d’argento” contro il licantropo iraniano, ha sacrificato numerose opportunità diplomatiche come quella raggiunta dall’Occidente con l’accordo internazionale del 2015 sul nucleare iraniano, affossato già nel primo mandato di Trump nel 2018.
Eppure, la ricerca della “soluzione finale” continua.
Già a gennaio, Trump era convinto che la sola minaccia di un ricorso alla forza militare avrebbe costretto Teheran alla resa. Dopo aver lanciato una serie di avvertimenti sempre più espliciti – che l’Iran ha deliberatamente ignorato – ha pianificato un attacco mirato.
Già da allora Teheran aveva chiarito che qualsiasi attacco avrebbe scatenato una guerra su vasta scala. Questa sfida ha offerto a Trump la possibilità di ordinare il dispiegamento di imponenti risorse militari nella regione, convinto che una massa critica di forze avrebbe finalmente fornito la svolta decisiva.
Ma non è andata così.
La successiva, ipotetica soluzione miracolosa fu l’assassinio della Guida Suprema iraniana – sicuramente ispirata da Tel Aviv -, che avrebbe innescato o la rapida implosione del regime o la sua immediata capitolazione..
Ma si rivelò illusoria come il blocco navale americano su quello iraniano dello Stretto di Hormuz.
Ma chi ispira questa strategia?
La stampa più autorevole americana ritiene che la Foundation for Defense of Democracies (FDD) stia plasmando la politica estera di Donald Trump, agendo come un consulente strategico “de facto”, specialmente per quanto riguarda l’Iran e il Medio Oriente.
Architetto intellettuale della strategia di “massima pressione” contro l’Iran già durante il primo mandato di Trump,la FDD ora gli fornisce piani dettagliati per sanzioni economiche e strategie allo scopo di minare l’influenza iraniana nella regione.
Molti esperti legati alla FDD hanno ricoperto o ricoprono ruoli chiave nelle amministrazioni Trump condividendo la sua visione didi un’alleanza incrollabile con Israele, mentre riceve finanziamenti da alcuni dei principali donatori delle campagne elettorali di Trump.
La FDD gestisce un “Trump Administration Foreign Policy Tracker”, uno strumento con cui i suoi esperti valutano mensilmente le risposte dell’amministrazione agli sviluppi globali, offrendo suggerimenti strategici diretti su temi che vanno dalla difesa industriale alla gestione dei prezzi del petrolio.
Di qui le critiche ricorrenti al presidente americano di essere subalterno ad Israele, condizionato dalle scelte di Netanyahu – non solo per la questione iraniana di “esistenziale” importanza per Israele – ma su tutta geopolitica americana in Medio Oriente.
I “non risultati “– a parte l’Iran – sono esemplari come per il miracoloso piano Trump di pace per GAZA tuttora paralizzato o il decantato impegno del presidente per la tregua in Libano con Hezbollah. non solo fragile, ma già ampiamente e quotidianamente violato.
Dimostrazione evidente di come una potente lobby possa condizionare la geopolitica globale degli Stati Uniti indipendentemente dalle strutture di Governo ufficiali e dallo stesso Parlamento americano.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
