A palazzo Bonaparte è stata inaugurata l’11 febbraio scorso dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dalla regina Sonja di Norvegia la mostra di Munch “il grido interiore” . L’esposizione comprende 100 opere tra dipinti, disegni e stampe tutti provenienti dal Museo MUNCH di Oslo. Capolavori come Malinconia, Notte stellata, La morte di Marat, Ragazze sul ponte, Danza sulla spiaggia e una delle versioni dell’iconico Urlo saranno esposti fino al prossimo 2 giugn.
“Non dipingo dalla natura – prendo da essa – o meglio mi servo alla sua ricca tavola. Non dipingo ciò che vedo – ma ciò che ho visto”, scriveva Edvard Munch nel 1928 un artista che fu accompagnato per tutta la vita dalla necessità di comunicare ed esprimere.
Se il “grido interiore”, presente alcuni suoi quadri, fu il motore della sua arte, Munch riuscì a tradurre tanto i temi universali – la nascita, la morte, l’amore e il mistero della vita – che scaturiscono dalle sue travagliate vicende personali con un linguaggio di colori accesi, campiture uniformi e prospettive discordanti che anticipavano l’Espressionismo e ancora oggi emozionano lo spettatore.
In sette capitoli, l’esposizione a Palazzo Bonaparte ricostruisce la carriera del maestro scandinavo dagli esordi alle ultime opere, soffermandosi sui temi a lui più cari. A legarli tutti è la riflessione sulla tormentata essenza dell’essere umani. “Con la mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo significato, ma anche di aiutare gli altri a comprendere la propria esistenza”, scriveva l’artista.
Punto di partenza del percorso è l’indagine sulla percezione, al centro della ricerca di Munch fin dalla giovinezza: il pittore riteneva infatti che la mente individuale, le visioni interiori e il recupero cosciente dei ricordi dessero forma alla percezione della realtà fino a sostituirla.
Il desiderio, la malattia, la morte, i ricordi, le forze invisibili della natura, la rappresentazione di sé negli autoritratti corrono in parallelo con le vicende biografiche del maestro.
L’ultima sezione è dedicata alla sua eredità dall’arte nel cinema e nella fotografia, un focus che svela anche il debito di Munch verso l’Italia, il cui primo soggiorno in Italia risale al 1899, accompagnato daal compagna a Tulla Larsen.
Edvard Munch – nato nel 1863 a Ådalsbruk in Norvegia – è uno degli artisti che ha saputo meglio interpretare sentimenti, passioni e inquietudini della sua anima, comunicandoli in maniera potente e diretta. La vita di Munch è stata segnata da grandi dolori: la perdita prematura della madre e della sorella, la tragica morte del padre e la tormentata relazione con la fidanzata Tulla Larsen.
Tutti questi eventi hanno plasmato la sua poetica, rendendola potente e universale. Formatosi accanto al naturalista norvegese Christian Krohg, che ne incoraggiò la carriera pittorica, verso la fine del 1889 si recò a Parigi dove assorbì le influenze impressioniste e postimpressioniste che gli suggerirono un uso del colore più intimo, drammatico, ma soprattutto un approccio psicologico.
A Berlino contribuì alla formazione della Secessione Berlinese e nel 1892 si tenne la sua prima personale in Germania, che fu reputata scandalosa: da quel momento in poi Munch viene percepito come l’artista eversivo e maledetto, alienato dalla società. A metà degli anni Novanta del XIX secolo si dedicò alla produzione di stampe e, grazie alla sua sperimentazione, divenne uno degli artisti più influenti in questo campo.
La sua produttività e il ritmo serrato delle esposizioni lo porteranno a ricoverarsi volontariamente nei sanatori a partire dalla fine degli anni Novanta del XIX secolo. La relazione amorosa seppur dolorosa con Mathilde “Tulla” Larsen, un traumatico incidente e l’alcolismo – vivendo la vita “sull’orlo di un precipizio” – lo portarono a un crollo psicologico per il quale cercò di recuperare in una clinica privata tra il 1908 e il 1909.
Dopo aver vissuto gran parte della sua vita all’estero, l’artista quarantacinquenne tornò in Norvegia, stabilendosi al mare, dipingendo paesaggi e iniziando a lavorare ai giganteschi dipinti murali che oggi decorano la Sala dei Festival dell’Università di Oslo.
Queste tele, le più grandi dell’Espressionismo in Europa, riflettono il suo interesse per le forze invisibili e la natura dell’universo. Nel 1914 acquistò una proprietà a Ekely, Oslo, dove, da celebre artista internazionale, continuò il suo lavoro sperimentale fino alla morte, avvenuta nel 1944, appena un mese dopo il suo ottantesimo compleanno.
“Malattia, alcol, disastri: questo fu il viaggio a Firenze”, scrisse l’artista, ma poi la pittura del Rinascimento lo conquistò: “Penso alla Cappella Sistina… sia la più bella stanza del mondo”.
Sarebbe tornato in Italia più volte, per studiare gli affreschi di Michelangelo e di Raffaello, ma anche per visitare la tomba dello zio Peter Andreas Munch, storico norvegese, morto nell’anno della nascita di Edvard e sepolto nel cimitero acattolico di Roma. Viaggi che lasciarono il segno anche sulla tela, dagli scorci del cimitero romano al Ponte di Rialto a Venezia, tutti esposti a Palazzo Bonaparte.
G.L.
