di Wladymiro Wysocki (*)
E’ iniziato il primo aprile il processo sulla terribile morte avvenuta lo scorso giugno, nei campi agricoli di Latina, del bracciante agricolo Satnam Singh a seguito delle gravi amputazioni riportate durante il lavoro e barbaramente abbandonato davanti la porta di casa.
“Mi sono trovato di fronte a una scelta scioccante, ho trovato Singh a terra senza un braccio. Purtroppo ho perso la testa, non ero in me”, queste sono le parole pronunciate da Antonello Lovato, titolare dell’azienda, al termine dell’udienza.
Un processo che va oltre alla giustizia di una persona morta dilaniata dalle ferite, un processo che evidenzia lo sfruttamento dei lavoratori agricoli, dei braccianti.
In questo caso gli occhi della giustizia sono puntati nella zona laziale dell’Agro Pontino, ma le dinamiche di sfruttamento le possiamo trovare anche in altri settori e zone dell’Italia sperando di poter accendere un riflettore della giustizia e della prevenzione in tempo senza aspettare un altro evento di cronaca.
Il reato in questione è omicidio volontario con dolo eventuale.
Il fatto è accaduto il 17 giugno scorso, una normale giornata di lavoro come tante altre quando all’improvviso qualcosa va storto e il braccio di Satnam rimane agganciato a un rullo trainato dal trattore che gli causò l’amputazione del braccio e lo schiacciamento degli arti inferiori.
Dopo l’incidente, invece di essere soccorso, è stato preso e portato a casa da Antonello Lovato che lo ha abbandonato davanti la porta di casa lasciandolo morente e sanguinante con l’arto amputato in una delle casette da frutta utilizzate nei campi per la raccolta.
Tutte le rappresentanze sindacali erano unite davanti alla Corte di Assise di Latina con striscioni e manifestazioni.
È sicuramente un caso nazionale per la cruenta e tragica dinamica di quello che è accaduto e non poteva che generare un interesse generale.
La prossima udienza è prevista il 27 maggio prossimo.
Intanto resta la notizia quotidiana degli infortuni e morti del lavoro, dove due giorni addietro ha registrato tra le vittime Francesco Procopio, 57 anni, morto schiacciato da un pesante armadio che non era stato fissato al muro.
Ironia della sorte, l’uomo che lavorava presso l’azienda Greenthesis, all’interno del complesso del Sito interporto di Orbassano, era un RSU della Filctem-Cgil.
Morti, incidenti, infortuni, ormai quasi non ci si fa più caso per quanto siamo abituati ad elencarli giornalmente.
Siamo arrivati a parlarne come una normalità, come una conseguenza del lavoro.
Assurdo.
Una assurdità in un mondo moderno, in un mondo del lavoro dove si parla di cultura della sicurezza, di prevenzione, di qualificazione delle imprese.
Tanti termini e concetti che poi di base pochi sanno calare realmente a terra e applicarli.
Altra parola magica me essenziale, applicare.
Applicare la normativa in prevenzione e sicurezza non è limitarsi a una formazione spesso fittizia o a pile di carte.
L’applicazione è rendere pratica la teoria in procedure condivise con i diretti interessati, i lavoratori.
Dobbiamo responsabilizzare tutti, in un quadro di una collaborazione finalizzata al miglioramento continuo per una efficacia sempre più avanzata e contestualizzata.
Un rimprovero va sicuramente dato ai ritardi dei lavori del Ministero del Lavoro e della Conferenza Stato Regioni per non essere stati in grado l’uno a dare seguito alla tanto sbandierata patente a crediti della quale mancano i decreti per le integrazioni dei cosidetti atteggiamenti virtuosi da effettuare.
Dall’altro, la Conferenza Stato Regioni in merito ai nuovi accordi e indicazioni sulla formazione.
Sicuramente non sono questi gli strumenti che oggi attendiamo per dare una svolta alla prevenzione e alla riduzione degli incidenti, ma sicuramente il messaggio che passa non è rassicurante.
Le Istituzioni si muovono solamente quando siamo a ridosso di una grande catastrofe sul lavoro, e non possiamo attendere questo per dare una smossa ai lavori.
Quindi si parla della prevenzione spesso lo è come una carenza della cultura della sicurezza, una sicurezza troppo poco trattata se non come una mole di lavoro nella compilazione di documenti.
Documenti che resteno chiusi in un cassetto o memorizzati in un file di qualche computer.
Questa non è prevenzione e sicurezza sul lavoro, ma solamente un sbiadito tentativo di mettere a posto le coscienze credendo di aver fatto chissà quale lavoro innovativo.
La realtà ci dimostra altro, e la strada intrapresa oggi è totalmente fallimentare alla quale abbiamo l’obbligo morale di dovere cambiare radicalmente la rotta.
(*) Esperto di sicurezza sul lavoro
