di Riccardo Bizzarri
Nove scuole su dieci in Italia non hanno le certificazioni di sicurezza obbligatorie. Non è un titolo provocatorio, ma la fredda realtà di un Paese che si scopre incapace di proteggere i suoi studenti. Il dossier di Tuttoscuola, basato sull’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica, inchioda il sistema: su 40 mila edifici statali, 36 mila non hanno agibilità, collaudi statici o altre attestazioni minime.
Vuol dire che ogni mattina oltre 700 mila persone, tra bambini, ragazzi, docenti e personale, entrano in scuole che, se fossero aziende, verrebbero chiuse domani mattina dai Nas. E nelle zone ad alto rischio sismico meno della metà degli edifici ha il certificato di collaudo statico. Qui non parliamo di burocrazia, ma di vita o di morte.
Il Lazio guida la geografia delle vergogna: solo il 12,7% delle scuole è in regola. Le isole arrancano al 18,9%, con la Sardegna ridotta a un misero 14,2%.
Al Nord il quadro è appena meno cupo: la Valle d’Aosta sfiora il 90% di plessi sicuri e rappresenta un’oasi nel deserto. Piemonte, Veneto e Friuli arrancano attorno al 50%, mentre il Centro e il Sud galleggiano intorno al 30%. Numeri che, in un Paese normale, basterebbero a dichiarare lo stato d’emergenza nazionale.
Dal ministero si affrettano a dire che “sono in corso lavori su 10 mila edifici grazie al PNRR”. Ottimo, ma intanto i ragazzi ci vanno oggi a scuola, non tra qualche anno. Nel frattempo, tra ministero ed enti locali, il rimpallo delle responsabilità continua a gonfie vele. Lo scaricabarile, in Italia, non rischia mai di crollare.
Siamo il Paese che apre convegni sulla sicurezza sul lavoro, conta con orrore i morti bianchi e pretende norme rigidissime per le aziende. Ma quando si tratta della sicurezza dei nostri figli, cala il silenzio. Un’azienda senza certificazioni viene chiusa, un cantiere senza collaudi viene fermato. Una scuola senza agibilità? Resta aperta, e ci mettiamo dentro i bambini. Applausi.
Abbiamo lavagne digitali, tablet, piattaforme online, piani di transizione ecologica. Poi però in molte aule piove dal soffitto, le finestre non si aprono e le scale d’emergenza sono un miraggio. È come comprare una Ferrari e tenerla parcheggiata sotto una tettoia che rischia di cadere al primo temporale. Se un Paese non è in grado di garantire ai suoi studenti un edificio sicuro, non può definirsi moderno. Non basta il PNRR, non bastano le promesse: servono fatti. Fino ad allora, la verità resta una sola: il Terzo Mondo non è in Africa, non è in Asia. Il Terzo Mondo siamo noi, e lo mandiamo a scuola ogni mattina con lo zaino in spalla.
(*) Giornalista
