La guerra di Putin

Attacco all’Europa, una partita folle che probabilmente la Russia non vuole/1

di Dario Rivolta (*)

Il lituano Andrius Kubilius, il commissario europeo alla difesa, afferma che Vladimir Putin è il «nemico pubblico numero uno dell’Ue». E che la Russia sta preparando un attacco all’Europa «nei prossimi 3-4 anni». Chiunque pensi con la propria testa e non sia vittima della propaganda che ci arriva ogni giorno dalla stampa principale e dalle TV sa che è inverosimile che la Russia abbia una qualche intenzione di attaccare un qualunque Paese europeo. Sono tre anni che non riesce a chiudere la partita con l’Ucraina e solo dei pazzi o chi ha altri inconfessabili obiettivi possono credere che Mosca voglia lanciarsi in una guerra diretta contro tutta la NATO. Eppure, in Europa da mesi a questa parte esiste davvero una situazione pericolosa che non va sottovalutata. Basterebbe infatti un piccolo incidente, magari non voluto espressamente da alcuno, per far scoccare quella scintilla che porti veramente a una guerra. Starmer, Merz e Macron sembrano proprio invocarla e non da poco Zelensky fa di tutto per spingere la NATO a intervenire direttamente in suo aiuto. Come sempre accade, è ovvio che ci sia chi guadagna sui conflitti ma, nonostante la propaganda, le opinioni pubbliche non ne vogliono sapere. Fino a che i noti guerrafondai si limitano a mandare milioni di euro e armi a un Paese già fallito, la maggior parte dei cittadini europei preferisce non vedere il rischio, sperando che scompaia.

Purtroppo il pericolo di una vera guerra in Europa non è cominciato con l’invasione russa dell’Ucraina, né con il colpo di Stato a Kiev del 2014: è stata innescata già dal momento in cui l’Unione Sovietica è crollata. Le ragioni vanno cercate nei comportamenti dell’unico vero potere che da quel momento era rimasto nel mondo: gli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale noi europei occidentali siamo stati totalmente dipendenti dagli USA e, anche se abbiamo dovuto rinunciare alla nostra totale autonomia politica ed economica, ne abbiamo anche tratto grandi vantaggi. Non solo una certa libertà individuale che è mancata a quelli che sono rimasti sotto il tallone sovietico ma anche un vero benessere economico abbastanza diffuso. In cambio, abbiamo accettato di condurre la nostra politica estera semplicemente come vassalli. Caduta l’URSS e rimasti l’unica grande potenza, l’obiettivo dichiarato dei nostri amici americani (messo per iscritto in un documento sulla “Sicurezza Nazionale”) è stato quello di impedire che potesse nascere nell’intero mondo un qualunque antagonista alla loro supremazia. È da quel momento che, ahimé, hanno commesso una serie di sbagli strategici che hanno aumentato i rischi di una nuova guerra mondiale.

Anche se qualcuno vuole oggi attribuire al solo Trump e ai suoi modi tutt’altro che diplomatici i problemi, interni ed esterni, che il mondo Occidentale si trova ad affrontare essi datano da molto prima.

Se guardiamo alla storia recente degli ultimi trent’anni possiamo vedere quali sbagli Washington ha commesso per farci temere di una catastrofe mondiale. Non che prima del 1989 tutto fosse stato fatto con lungimiranza e per accertarlo basta vedere che nessuna Agenzia americana capì fino all’ultimo la debolezza politica dello Scià iraniano. Fu anche per quella cecità che a Teheran, dopo la rivoluzione, nacque un regime totalmente ostile. Come non fosse bastato il non aver prevenuto gli eventi, gli USA detterò ospitalità allo Scià stesso nonostante la dichiarata diffida formulata dal regime degli Ayatollah. La conseguenza fu l’occupazione dell’Ambasciata di Teheran cui seguì il disgraziato tentativo della liberazione militare degli ostaggi. Non solo il blitz non riuscì a causa di varie inefficienze militari ma morirono 8 soldati americani. Da allora i rapporti con un Paese che era ricchissimo di materie prime e vantava una cultura millenaria furono solo ostili. Nei confronti dell’Iran fu poi commesso in seguito un altro grave errore e questa volta da Trump nel suo primo mandato: la decisione unilaterale di disdire lo JCPOA. Oggi, anziché essere isolato, l’IRAN fa parte dei BRICS e esporta petrolio quanto non faceva più dal 1978.

Un altro grave errore compiuto quando ancora esistevano due blocchi fu commesso quando per l’Europa si presentò per la prima volta l’occasione di costruire un esercito comune (a parte la fallita CED del 1954). Attualmente sembra che anche da oltre-oceano lo si auspichi ma allora ci fu proibito. Chi espressamente si oppose a quell’ipotesi fu, nel 1998, il Segretario di Stato Madeleine Albright che avvertì gli europei che Washington avrebbe giudicato negativamente ogni decisione europea in quel senso: nessuna duplicazione della NATO sarebbe stata ammessa e quando si fosse trattato di appalti per la difesa dovevano essere gli USA a decidere chi avrebbe, o non avrebbe, potuto parteciparvi tra i Paesi al di fuori dell’Alleanza. Poco dopo toccò a un altro fanatico corto-vedente impedire il rafforzamento militare dell’Europa: Paul Wolfowitz un neo-conservatore. Gli europei si erano riuniti a Berlino nel 2003 con l’obiettivo di creare una forza di reazione rapida europea capace di intervenire in crisi internazionali senza dipendere completamente dagli Stati Uniti. Si parlò anche di istituire una cellula civile-militare all’interno dello Stato Maggiore UE per pianificare e coordinare operazioni militari in modo autonomo.  Con l’intenzione di impedirlo, all’incontro arrivò Paul Wolfowitz, Sottosegretario di Stato USA, e assieme alla famigerata Victoria Nuland (quella che per impedire una soluzione negoziata e pacifica delle dimostrazioni di Maidan a Kiev nel 2014 disse che bisognava eccitare gli scontri. Al suo ambasciatore che manifestava le perplessità degli europei disse “Fuck the EU”) esercitarono pressioni affinché non si sviluppasse alcuna struttura militare autonoma.  Furono così riconfermati il controllo e l’unilateralismo americano in contrasto con le aspirazioni europee di un ruolo più equilibrato e militarmente multipolare. Il risultato: gli accordi detti di Berlin Plus permisero sì all’UE di usare proprie risorse ma solo in missioni dove la NATO non fosse direttamente coinvolta. Come usarle? Attraverso un esercito di soli 5000 uomini (sic!) con comando a rotazione. Cioè: nulla. Anche oggi, quando sono gli stessi Stati Uniti a chiederci di rafforzare le nostre difese, la condizione è che tutto deve comunque essere coordinato con la NATO. L’errore? Impedirci di diventare dei veri partner per confermarci come “colonie” dell’Impero USA.

(*) Già Deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

(Segue)

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