La guerra di Putin

Augurarsi l’assassinio di Putin non conviene all’Occidente e nemmeno a Zelensky

di Giuliano Longo (*)

 

Zelensky ha affermato con tono provocatorio che il Cremlino teme che “i droni possano sorvolare la Piazza Rossa”, mentre Mosca ha imposto un rigido lockdown su tutta Mosca in vista della parata del 9 maggio per la Festa della Vittoria.

 

Le rivelazioni dell’intelligence europea

 

Un documento riservato dell’intelligence europea, riportato dal quotidino britannico  Finacial Times afferma che Putin trascorre sempre più tempo al sicuro nei bunker, forse temendo un assassinio o un colpo di stato.

 

Secondo  queste “rivelazioni” – sempre che non siano congeniali alla ”guerra ibrida” e di propaganda in corso –   la sicurezza intorno al Presidente della Russia si sarebbe rafforzata drasticamente, mentre  molti che  in Occidente e soprattutto in Ucraina, già gogolano all’idea, o meglio, alla fantasia, di una giustizia sommaria contro il presidente russo.

 

Ma questa  fantasia appagante si scontra con la dura realtà di un leader – figlio del defunto KGB-  che  non presiede certo a una tranquilla macchina adatta ad una tranquilla successione, poiché tutta la macchina del potere nella “Grande Russia”, ruota attorno a lui e sarebbe estremamente pericoloso  per tutti se  quest’uomo dovesse improvvisamente scomparire.

 

Il “sistema” Putin

 

Putin nei suoi 25 anni quasi ininterrotti di potere– se si eccettua la presidenza condizionata  di Medevedev – ha giocato un ruolo di arbitro nel sistema  mettendo le fazioni dell’élite l’una contro l’altra affinché si contendessero il suo favore, determinando di volta in volta il loro successo e la loro ricchezza.

 

Ben poco di rilevante accade a livello politico senza la sua approvazione, esplicita o tacita.

 

L’Ucraina rappresenta senza dubbio per Vlad una seria minaccia, dimostrando di essere in grado di colpire obiettivi in ​​profondità nel territorio russo, inclusa Mosca, che senza il danaro e le armi dell’Occidente sarebbe stata “mission impossible”.

 

Fra Prigozin e i dissidi fra i servizi di sicurezza

 

Nel giugno 2023 tentò il colpo di stato  Evgenij Prigozin con i mercenari della Wagner, occupando il quartier generale militare di Rostov sul Don e avanzando verso Mosca prima di invertire bruscamente la rotta. Fu un monito : nel sistema di Putin, la lealtà può trasformarsi in una leva armata con una rapidità sorprendente. Ma, guarda caso, Prigozhin morì poco dopo in seguito in un sospetto incidente aereo.

 

Secondo rapporti dell’intelligence occidentale , le tensioni tra i servizi di sicurezza russi sarebbero aumentate con dispute che coinvolgono l’FSB, i vertici militari, Rosgvardiya e il Servizio di protezione federale che dovrebbero tutelare egli alti funzionari da attentati.

 

Gli stessi rapporti si riferivano anche alla rete di Sergei Shoigu – già  obiettivo privilegiato da Prigozin – che potrebbe ordire  un colpo di stato contro Putin. Intenzione o pio desiderio che sarebbe stato stroncato  dall’arresto dell’ex viceministro della Difesa Ruslan Tsalikov nel marzo 2026.

 

SHoigu che nel 2024 è stato trasferito dal ruolo di ministro della Difesa a quello di segretario del Consiglio di Sicurezza russo, ma  era stato una delle figure più in vista dell’élite bellica di Putin prima di essere rimosso dall’incarico a seguito degli insuccessi in Ucraina.

 

I possibili successori dello Tzar

 

Tuttavia in  Russia non mancherebbero i nomi di coloro che potrebbero aspirare a sostituire Putin anche per diritto.

Forse Aleksey Dyumin , ex guardia del corpo di Putin e assistente presidenziale. Oppure Sergei Kiriyenko funzionario del Cremlino responsabile della politica interna

 

Alla ribalta della “hit parade” dei Servizi occidentali sta salendo anche Dmitry Patrushev , vice primo ministro e figlio di quel Nikolai Patrushev, amico e collaboratore di lunga data di Putin. Un giovanotto, il figlio,  che potrebbe garantire  continuità all’anziana élite dei servizi segreti (“siloviki”) a cui appartiene suo padre.

 

I veterani intransigenti come Patrushev padre e Alexander Bornikov, attuale direttore dell’FSB, potrebbero avere un ruolo più influente ponendo veti su alcuni presunti candidati, dei quali nessuno è in grado  di sostituire Putin come perno cardine e unificatore di un sistema di potere più variegato di quanto si pensi qui da noi.

 

Per la Costituzione russa, in caso di morte di Putin ,l’attuale primo ministro Mikhail Mishutsin assumerebbe la carica di presidente facente funzioni, ma alle sue spalle si scatenerebbe una lotta tra i clan dell’élite per il controllo dello Stato – una potenza nucleare altamente militarizzata, non dimentichiamolo.

 

La successione in un sistema autocratico ma variegato

 

L’istinto irresponsabile  del “chiunque tranne Putin” può sollecitare le fantasie – in particolare quella onirica di Zelensky che già deve pensare a chi tenta di fargli le scarpe a casa sua – ma la Russia non è un sistema parlamentare in attesa che un leader dell’opposizione varchi la soglia del potere.

 

E’ di fatto una autocrazie oggi  in tempo di guerra, con  capi sei Servizi Segreti, generali e alti ufficiali, guardie presidenziali, oligarchie regionali e boiardi dell’economia e della finanza  le cui fortune dipendono dalla vicinanza al potere di Putin, anche se spesso in competizione tra loro.

 

Anche l’accettazione da parte dell’élite di un eventuale presidente ad interim sarebbe debole se non si trovasse un successore che sappia imporre la sua capacità politica e di mediazione come è stato per Putin.

 

Fra i sognatori c’è chi pensa – anzi auspica – che l’improvvisa uscita di scena di Putin con un successore pù morbido (come il barcollante Eltsin dei primi anni 90?)  porterebbe a un allentamento delle sanzioni,  auna tregua sul fronte o a un rapporto meno teso con l’Occidente.

 

Cosa potrebbe succedere senza Putin

 

Il vero problema è che la maggior parte dei potenziali successori ha  abbracciato la strategia geopolitica di Putin, quindi  la sfida dell’eventuale successore  non sarà la moderazione, ma il controllo e l’egemonia sulle istituzioni della Difesa e della Sicurezza, delle èlite finanziarie ed economica, ma  soprattutto il comando militare tattico e strategico sul campo di battaglia. Proprio come Trump.

 

Darei quindi  per certo che il cambio nel manico del potere potrebbe essere un  putinismo dal volto diverso, ma probabilmente più arrabbiato.

 

Che i russi avertano il peso di questa guerra in ucraina è indubitabile, ma i sondaggi – più o meno attendibili  -ci dicono che ancora il 67% degli intervistati sostiene Putin, mentre più che una netta opposizione alla guerra, emerge un malessere diffuso che gente come il capo dei comunisti russi Zjiuganov cavalc non per criticare il presidente, ma per assicurarsi qualche posticino dopo le prossime elezione della Duma – il Parlamento russo.

 

E visto che nemmeno Putin ambisce ad emulare la “grande guerra patriottica” con una mobilitazione generale, a qualcuno, dopo di lui l’idea potrebbe venire.

 

La paura di un accerchiamento globale da Occidente ed il protrarsi della guerra “per procura in Ucraina potrebbero rappresentare una Manna dal cielo per quel “patito della guerra” che a al Cremlino esiste ed è pure forte.

 

Conclusione

 

L’Occidente conosce già bene i metodi di Putin che non accetta la debolezza o la sottomissione.    Ed è a questo punto che sorge la domanda: la situazione tra Russia e NATO sarebbe meno conflittuale se Putin non ci fosse più?

Sarebbe più facile raggiungere un accordo di pace in Ucraina senza Putin?

 

Forse. Ma  gli alleati occidentali sanno che è meglio Vlad  che una figura nuova e inesperta, emersa da una lotta di palazzo e desiderosa di imporsi come nuovo uomo forte della Russia.

 

Per  di più le potenze occidentali con tutti presidenti statunitensi – non solo Trump -sanno di avere ben poca influenza diretta sulla successione in Russia, come non la ebbero dopo la morte di Eltzin con la successione dell’allora sconosciuto Putin.

 

L’agognata morte di Putin – conclamata per diverse cause, malattia attentati ecc da diversi anni – porrebbe fine al governo di un uomo senza però porre fine al sistema da lui creato.

 

Gli americani – che sono poi quelli che contano veramente – sanno che un collasso incontrollato ai vertici dello Stato russo non rappresenterebbe una svolta a loro favore, ma una crisi con armi nucleari,  con  fazioni armate mentre è in corso una guerra.

La morte di Putin potrebbe risolvere un problema per Zelensky (forse) , ma potrebbe crearne decine  di altri.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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