L’ex leader civile della Birmania, Aung San Suu Kyi ,è stata condannata a quattro anni di carcere in una parte del processo a suo carico al termine del quale rischia decenni di detenzione. Suu Kyi, agli arresti domiciliari dopo il colpo di stato del febbraio 2021, è stata dichiarata colpevole di importazione illegale di walkie-talkie. Era già stata condannata a quattro anni di reclusione per aver violato le restrizioni sul coronavirus, pena ridotta a due anni dalla giunta. Subito dopo la notizia della condanna, si sono moltiplicate le dichiarazioni di sdegno della comunità internazionale. Il primo governo ad alzare la voce è stato quello britannico, definendo la condanna come “un terribile tentativo di soffocare l’opposizione, un altro terribile tentativo del regime militare in Myanmar di sopprimere la libertò e la democrazia”. Il Regno Unito “chiede al regime di rilasciare i prigionieri politici, di avviare il dialogo e consentire un ritorno alla democrazia”, ha affermato il ministro degli Esteri, Liz Truss, in una nota. Anche l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, si è unita al coro di critiche contro la giunta birmana: “La condanna a seguito di un processo farsa davanti a un tribunale controllato dai militari non è altro che una sentenza motivata politicamente”, ha affermato in una nota, chiedendo l’immediata liberazione. “Queste sono le prime condanne, ma ne arriveranno sicuramente delle altre. Adesso ci vuole coraggio, ci vogliono azioni forti rispetto a quelle viste in questi mesi”. Lo afferma, nell’intervista a Radio Vaticana – Vatican News, Cecilia Brighi, segretario dell’Associazione Italia-Birmania Insieme. “Si deve intervenire a livello internazionale, multilaterale e lo si deve fare – prosegue – innanzitutto interrompendo la vendita di armi, che sono funzionali al mantenimento del potere militare a alla repressione delle proteste dei civili”. Poi c’è l’aspetto economico e finanziario: “Le sanzioni sono importanti, ma lo sarà ancor di più un’azione finanziaria mirata, volta ad indebolire chi ha realizzato il golpe”.
