Esteri

Bulgaria, un voto scontato ma che potrebbe preoccupare Bruxelles

di Giuliano Longo (*)

Dopo otto elezioni anticipate nel giro di appena cinque anni, i cittadini bulgari chiedevano alle consultazioni parlamentari del 19 aprile un cambiamento di pagina, un risultato chiaro e stabilità politica.

Per ottenerle, sono tornati alle urne nonostante l’evidente stanchezza accumulata negli ultimi cinque anni – segnati da ben otto elezioni anticipate, comprese quelle di ieri – con un’affluenza in deciso aumento che stavolta ha superato il 50%.

Bulgaria progressista”, l’alleanza politica battezzata appena alcuni mesi fa dell’ex presidente della Repubblica Rumen Radev ha trionfato, raccogliendo consensi ben oltre le già rosee aspettative della vigilia con oltre il 44% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi nel prossimo parlamento di Sofia.

Radev, in passato top gun e comandante delle forze aeree bulgare, prima di ricoprire per due mandati il ruolo di capo dello stato, ha promesso lotta senza quartiere alla corruzione, riforme nei settori chiave – soprattutto in quello della magistratura – e maggiore attenzione alle fasce più deboli della popolazione, preoccupate dall’inflazione dopo l’ingresso nell’area euro a inizio 2026 ..

La sua promessa era riuscire là dove una lunga lista di partiti e movimenti negli ultimi anni aveva fallito: mettere definitivamente la parola fine al decennale dominio politico del due Boyko Borisov – Delyan Peevski,, che peraltro si sono distinti per incompetenza e clientelismo, alleandosi spesso con la Destra estrema..

Da presidente, il leader della neonata “Bulgaria Progressista” non ha mai nascosto un suo occhio di riguardo nei confronti della Russia. Dopo l’inizio dell’aggressione di Mosca, si è sempre opposto fermamente ad ogni aiuto militare Kyiv, caldeggiando invece la linea di una riapertura del dialogo con il Cremlino.

Un ragionamento che Radev ha sostanziato con la sua visione strategica degli interessi bulgari, soprattutto nel settore strategico degli approvvigionamenti energetici russi, disponibili via tubo attraverso le due sponde del mar Nero. La Russia potrebbe anche giocare un ruolo importante nel rilancio del nucleare bulgaro, altra priorità indicata da Radev in campagna elettorale.

Ma per comprendere l’esito scontato di questo voto occorre allargare la visuale sulla situazione economica e sociale della Bulgaria Dal «liberi tutti» segnato dall’arrivo al potere dell’Unione delle forze democratiche, con la caduta del regime socialista la popolazione del paese è in continuo calo: nel 1989, alla vigilia della caduta di Živkov, i bulgari in patria erano 9 milioni, due in più di quanti ce ne sono oggi con un saldo negativo attualmente dovuto per il 52% alla denatalità e per il 48% all’emigrazione.

La forte presenza rom (il 4,4% della popolazione) e la convivenza forzata con la minoranza turca (8% della popolazione) ancora discriminata sono ancora elementi evidenti di una tensione sociale. Mentre i turchi sono concentrati principalmente nelle regioni Nord orientali del paese e nella provincia di Kardhali, i rom sono sparsi a macchia di leopardo e convivono porta a porta con i bulgari in ogni villaggio.

L’Unione europea, dopo essere stata considerata la deus ex machina per lo sviluppo economico nel decorso post socialista, ora viene sempre più spesso additata come causa dei problemi che affliggono la nazione, tra cui l’immigrazione.

A 19 anni dall’entrata nella comunità europea (2007), le speranze dei bulgari in un cambiamento delle proprie condizioni sociali sembrano ormai essere svanite, come dimostra un sondaggio effettuato qualche anno fa secondo il quale solo il 50% voterebbe ancora per l’accesso all’Unione, ma nel 2013 era il 70%.

Eppure l’Ue ha giocato un ruolo determinante per lo sviluppo economico della nazione, elargendo tra il 2014 e il 2025 fondi strutturali per quasi 20 miliardi di euro pari al 9% del Pil.

L’economia bulgara, dal 2007 a oggi,ha fatto passi da gigante con un PIL mediamente del del 3-4% annuo e una disoccupazione al 5%, ma questi progressi non sembrano ripercuotersi sul benessere sociale.

La popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà è rimasta invariata rispetto al 2008 stabilizzandosi sul 22% costretta a vivere sotto la soglia di 5,5 dollari al giorno, considerata dal governo come il limite minimo di sopravvivenza.

Quando la crisi ha iniziato a farsi sentire anche nelle economie ricche, i fondi comunitari hanno iniziato ad essere elargiti con più parsimonia e, a Bruxelles hanno richiesto garanzie di spesa e di qualità che in molti casi non potevano essere date.

Un altro dei motivi per cui i bulgari mostrano sfiducia nell’Ue è la delusione derivante dal fatto che quasi nulla nella politica nazionale è cambiato dopo le speranze emerse dal tracollo del regime socialista. Se solo il 33% dei bulgari esprime una fiducia nelle istituzioni Europee, la percentuale crollava ad un misero 10% per quelli che davano credito al proprio governo di Sofia.

Quasi tutti i politici succedutisi alla guida della nazione hanno avuto ruoli di responsabilità nel passato sistema e non solo all’interno del Bsp (Bălgarska Socialističeska Partija, Partito socialista bulgaro), erede in salsa democratica del vecchio Partito comunista con il quale Radev fu eletto Presidente della Repubblica e oggi a capo del prossimo Governo.

La Bulgaria è quasi sempre agli ultimi posti negli indicatori economici e di sviluppo sociale dell’Ue, ma occupa anche il 74° posto al mondo per la corruzione su 179 nazioni come riportato dalle statistiche..

Nonostante la Bulgaria abbia ricevuto da Bruxelles alcune centinaia di milioni di euro per il trattamento dei rifiuti urbani e industriali, è in una situazione disastrosa. Al di fuori di Sofia e di poche altre città, non esiste un programma di raccolta differenziata, col risultato che la nazione è, dopo la Grecia, la più inquinata d’Europa.

I fiumi e i terreni sono ricchi di metalli pesanti rilasciati dalle industrie metallurgiche, e l’aria nelle grandi metropoli è spesso irrespirabile: Sofia è la città con la concentrazione di PM 2.5 e di SO2 più alta in Europa e, assieme a Polonia e Slovacchia, la Bulgaria supera i livelli massimi consentiti dall’Ue di PM 10.

Il parco auto che circola nel paese è il più vecchio d’Europa: il 50% delle vetture circolanti hanno più di vent’anni e la maggioranza sono diesel privi di manutenzione e di certificato europeo. Solo lo 0,08% delle auto sono ibride e l’elettrico è praticamente assente.

Tra i primati negativi dei Governi che si sono succeduti c’è anche quello che riguarda la libertà di stampa e i diritti umani. Il sistema giudiziario è fortemente dipendente dalla politica.

Nell’ultimo rapporto l’Ue si evidenzia che la Bulgaria non sta facendo abbastanza per i diritti umani, mentre Reporter san frontieres, pone la Bulgaria al 111° posto su 180 paesi presi in esame per la libertà di stampa.

Eppure in Bulgaria da una rilevazione di qualche anno fa risulta che c’erano 245 quotidiani, 603 riviste, 85 stazioni radio e 113 televisive, ma al di fuori di Sofia, non vi è alcun tipo di giornalismo d’inchiesta: le storie che vengono trattate nella provincia vertono su gossip, crimini, violenze. Mentrela loro sopravvivenza spesso dipende dalle elargizioni governative.

In conclusione – nonostante la caduta di Orban e l’ascesa “dell’Europeista Magyar” in Ungheria che per ora vuole solo sbloccare i fondi UE – le elezioni Bulgare dimostrano – al contrario di quelle rumene ripetute sino alla vittoria degli europeisti con i cosiddetti filorussi -, che un certo malessere sociale e quindi politico circola nell’area balcanica e nel centro est d’Europa. Un’area di instabilità ininfluente finchè si vuole, ma che può ancora riservare sorprese.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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