di Alessandro Volpi (*)
C’è una narrazione nuova in giro. Secondo esponenti della maggioranza, ma anche dell’opposizione, se l’Italia riaprisse agli acquisti di gas russo, il prezzo del gas non cambierebbe perché tale prezzo è definito alla “Borsa” di Amsterdam.
È evidente che si tratta di una chiara balla, funzionale a scelte politiche ben precise. Provo a dire perché.
1) Il problema che ha l’Italia in questo momento, e nei prossimi mesi, è facilmente rintracciabile nella estrema difficoltà di approvvigionamento, data la chiusura di Hormuz e soprattutto considerate le criticità nelle rotte marittime destinate a rendere estremamente complicatissimo il complessivo approvvigionamento via nave. Dunque prima dei prezzi pesano le carenze oggettive di forniture: in questo senso la sostituzione del gas russo è difficilmente praticabile.
2) Il prezzo definito dalla Borsa di Amsterdam, che è un listino privato di proprietà dei grandi fondi e popolato di operatori finanziari, risulta molto sensibile alle speculazioni: in questo senso una riapertura al gas russo genererebbe una immediata e duratura ondata ribassista, con benefici sulle bollette visto che per il 40% dipendono dal costo della materia prima.
3) Lo Stato italiano potrebbe stabilire accordi commerciali bilaterali con la Russia a prezzi definiti, nel medio e lungo periodo, in grado di abbassare sensibilmente i prezzi del gas, sostituendo quelli del mercato spot – usati ad Amsterdam giornalmente – con prezzi prestabiliti e fissati. Dunque, è davvero scorretto giustificare una decisione totalmente politica, e pregiudiziale, con argomentazioni falsamente “oggettive”.
(*) Docente Storia contemporanea Università di Pisa, saggista
