di Balthazar
L’autoproclamato “Uomo dei Dazi” pare abbia ceduto al regime cinese di Xi Jinping più velocemente di quanto gli esperti degli investimenti avessero sperato, ma potrebbe anche cambiare idea.
Ora Trump e i suoi pretoriani si stanno sbizzarrendo cercando di spacciare la situazione non come una disastrosa ritirata dopo che , i dazi del 145% di sono stati ridotti al 30% per almeno 90 giorni. Eppure, le probabilità che a lungo andare questo armistizio economico si realizzi sono persino inferiori al calo del consenso di Trump..
Di fatto questo “reset totale”, come lo definisce la Casa Bianca, è di gran lunga “la più grande marcia indietro di Trump fino ad oggi“, come afferma Ian Bremmer, fondatore dell’Eurasia Group. Pechino, aggiunge Mark Williams, economista di Capital Economics, ha appena “smascherato con successo il bluff di Trump”.
Il ritorno a breve di Trump sul campo di battaglia della guerra commerciale non è certo, ma la possibilità che si limiti a starsene in disparte leccandosi le ferite non sembrano elevate. Richiederebbe un livello di moderazione ed equilibrio che l’incostante e imprevedibile 78enne del Queens ha raramente o quasi mai. .
Ma la ritirata tattica di Trump nel teatro più caldo del confronto sulla guerra commerciale, quello cinese, invia un messaggio agli altri leader mondiali che dovranno confrontarsi con nello Studio Ovale: il crollo dei mercati gli farà farà cambiare idea in un istante.
I colloqui di Ginevra sono un segnale che gli Stati Uniti sono più disperati della Cina nel trasmettere al mercato il messaggio di “de-escalation” mentre non è sicuro che XI offra a Trump le contropartite che vuole a fronte della riduzione dei dazi.
Il team Xi probabilmente ritiene che il Tycoon, più che sensibile alla Finanza, abbia temuto l’abisso con i padroni di Wall Street incazzati per i suoi dazi troppo elevati ed aggressivi. Anche i commercianti lanciavano allarmi sempre più preoccupanti per gli scaffali vuoti, mentre le foto mostravano enormi navi portacontainer bloccate nei porti di Seattle, Los Angeles e Baltimora.
Una situazione che non ha lasciato altra scelta a The Donald, mentre la Cina in vista dei colloqui di Ginevra aveva chiesto un gesto di buona volontà sui dazi che è immediatamente (e forse inopinatamente per gli alleati europei) arrivato.
Al “liberation day” Trmp ha strombazzato che gli Stati Uniti erano stati “saccheggiati, violentati e depredati da nazioni vicine e lontane”. Ora le chiacchere diffuse ad arte, magnificano “l’importanza di relazioni economiche e commerciali sostenibili, a lungo termine e reciprocamente vantaggiose”.
Ma ormai, il Segretario al Tesoro Scott Bessent e il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer sanno benissimo che la Cina si sente rinfrancata dagli esiti delle ultime due settimane. Tanto che mentre il Team del President chiede alla Cina una lista delle concessioni , i rappresentati di Xi esigono di vedere quella di Trump.
Uno schiaffo, se volete, ma l’accordo commerciale piuttosto disperato di Trump con il Regno Unito, ha già creato un precedente notevole. Avendo un surplus commerciale con Londra, rimane aperta la questione del perché un leader statunitense dovrebbe spendere capitale politico negoziando con Starmer.
La posizione di Trump, maturata in oltre 40 anni, rimane quella che i dazi sono la soluzione magica per rendere di nuovo grande l’America. E quel che è peggio , rappresenta ancora la sua visione economica più coerente (forse l’unica), così come il suo paradigma che l’Asia stia sfruttando gli Stati Uniti e che solo le tasse sulle importazioni possono salvare la situazione.
Trump, incurante di una possibile stagflation USA, non sembra nemmeno capire che a pagare i dazi (questa volta in senso anche figurato) sono rivenditori e consumatori, non il Paese che spedisce le merci ad Amazon, Target e Walmart.
Inoltre, crede che le “entrate” tariffarie possano sostituire le imposte sul reddito in un’economia con un debito pubblico di oltre 36.000 miliardi di dollari.
Sicuramente se gli Stati Uniti riuscissero a convincere la Cina a impegnarsi per un significativo riequilibrio commerciale entro 90 giorni, sarebbe un evento storico, ma i cinesi sono piuttosto abili a tirarla per le lunghe, quindi c’è ancora molta strada da fare per raggiungere un vero accordo.
Pechino non ha alcuna fretta di firmare un accordo commerciale di “Fase Due” con un leader statunitense che quasi certamente chiederà un round di colloqui di “Fase Tre” tra un anno. Allo stesso tempo, i funzionari statunitensi stanno imparando a proprie spese che la caotica Fase Uno di Trump ha spinto la Cina a rivolgersi ad altri mercati.
Oggi, il principale partner commerciale della Cina è l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), composta da 10 membri, seguita dall’Unione Europea. Inoltre, la Cina sta attivamente ampliando la sua quota di mercato tra i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica – e il Sud del mondo. Una strategia per il 2025 e non per un lontano futuro, che sta rendendo la Nazione più autosufficiente entro i prossimi 10 anni.
In conclusione, nonostante Trump affermi di voler raggiungere un accordo, è improbabile che nei prossimi quattro anni il rischio della guerra commerciale con Pechino venga ridotto . Forse occorrerà attendere il successore di The Donald. Ora la Casa Bianca è condizionata dalla pressione dei mercati finanziari che comandano, ma è improbabile che la tregua tariffaria concordata a Ginevra possa durare a lungo.
