Esteri

Cina, una inflazione zero crea difficili problemi

I problemi di deflazione in Cina sono diventati più difficili da gestire con la notizia che i prezzi alla fabbrica sono scesi per il 27° mese consecutivo a dicembre e che le variazioni dei prezzi al consumo sono di fatto pari a zero, anche prima che inizi la guerra commerciale di Trump.

Il calo del 2,3% nei costi all’ingrosso anno su anno e l’irrisorio aumento dello 0,1% nei prezzi al consumo non faranno che intensificare le speculazioni. Lo stesso andamento dei rendimenti del mercato obbligazionario dimostra che i trader non sono mai stati così pessimisti sulla capacità di Pechino di evitare la cosiddetta “giapponificazione”.

Gli investitori temono che la Cina stia per superare la sua corsa deflazionistica record degli anni ’90 nel mezzo della crisi finanziaria asiatica. Il sottotesto economico è il ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti che partirà subito con le tariffe e le proposte di tagli fiscali con una forte pressione al rialzo del dollaro, con un indebolimento dello yuan oltre il livello di 7,2 per dollaro.

Ci sono anche delle buone notizie perché l’attività industriale si va espandendo da tre mesi consecutivi, ma anche prima del ritorno di Trump, la debole domanda interna ha spinto molte aziende cinesi a tagliare la produzione, congelare le assunzioni e licenziare lavoratori.

Per il 2024 l’inflazione è arrivata al 0,2%, lo stesso dell’anno scorso e il più basso dal 2009, nonostante tutti gli stimoli e l’impennata del debito durante l’anno, in altre parole, la Cina non è stata in grado di rilanciare una inflazione economicamente positiva.

Con l’inizio del nuovo anno, la cerchia ristretta di Xi sta intensificando s gli sforzi per dare una scossa alla domanda interna.

Sta distribuendo sussidi del 15% per l’acquisto di nuovi smartphone, tablet, smartwatch e altri gadget. Programmi di voucher stanno comparendo in città costiere come Shanghai per aumentare la domanda di servizi come ristorazione e intrattenimento, mentre per le città dell’interno mirano all’acquisto di arredamento, automobili ed elettronica.

Eppure, come il Giappone continua a dimostrare 25 anni dopo, sconfiggere la deflazione richiede una risposta schiacciante che utilizzi sia leve monetarie che fiscal. La  “Conferenza economica centrale” tenutasi a Pechino metà dicembre, si è conclusa con promesse di politiche macroeconomiche volte a “stabilizzare la crescita” e “rilanciare i consumi delle famiglie” e a raggiungere un “ragionevole rimbalzo” dell’inflazione tramite manovre fiscali e monetarie “più proattive”.

Ma queste promesse non hanno convinto gli investitori globali che si agitano per il peggioramento della deflazione nella più grande economia asiatica. Il problema è che gli economisti si chiedono “Cosa farai con tutta questa produzione? A chi le esporterai?”

L’imminente “Trump trade” sta alzando la posta in gioco. Di sicuro, non tutti temono il peggio. Gli strateghi della Bank of America avvertono che “le tensioni geopolitiche e le potenziali politiche statunitensi … potrebbero portare a un costo del capitale più elevato ….(ma) crediamo che il peggio della vendita di flussi/posizioni per il mercato cinese avrebbe dovuto essere passato“.

Secondo una visione ottimisticala minaccia tariffaria del 60% di Trump sarebbe una tattica negoziale per portare Xi al tavolo delle trattative. Se Trump dovesse dare priorità a un gigantesco accordo con la Cina rispetto a una guerra commerciale, i prossimi quattro anni potrebbero non essere l’inferno di caos dei mercati che i trader temono.

Eppure lo scenario peggiore potrebbe arrivare più velocemente di quanto i rialzisti cinesi ritengano possibile. L’attuale tendenza al rialzo del dollaro si basa sulle aspettative che i dazi Trumpiani del 60% siano solo l’inizio.

Le grandi restrizioni commerciali scuoteranno l’economia cinese in un momento in cui si trova ad affrontare una crisi immobiliare in peggioramento, un’elevata disoccupazione giovanile, carichi di debito schiaccianti tra i governi locali e una debole domanda dei consumatori.

Le esportazioni cresceranno ovviamente molto meno e anche gli investimenti”, avvertono gli economisti di S&P Global.L’impatto sugli investimenti si farà sentire in parte anche prima dell’implementazione delle tariffe statunitensi, a causa della maggiore incertezza. Le ricadute su occupazione, reddito e fiducia peseranno sui consumi“.

Con l’inizio dell’anno, il Team Xi si scontra con gli speculatori valutari che cercano di far scendere lo yuan rispetto al dollaro. Al momento, la Banca Popolare Cinese sta pubblicamente fissando il tasso di riferimento giornaliero dello yuan a un livello superiore a 7,2 per dollaro, per segnale che Pechino non sta favorendo un tasso di cambio più debole.

Ma il calo dei rendimenti obbligazionari cinesi, e l’ampliamento dello spread con gli Stati Uniti, potrebbero rendere ancora più difficile la stabilizzazione dello yuan. Di sicuro, potrebbero esserci dei vincitori nel calo dei prezzi cinesi, proprio come è successo con il Giappone, per i consumatori che affrontano tempi difficili, il calo dei prezzi potrebbe agire come un taglio fiscale indiretto.

Nel caso della Cina , i prezzi bassi potrebbero avvantaggiare le aziende tecnologiche che cercano di espandersi, ma i modi in cui la deflazione potrebbe minare la fiducia nelle aziende cinesi fanno sì che gli attuali segnali dei mercati obbligazionari rappresentino un “warning” per l’economia di Xi.

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