di Gino Piacentini
Il nuovo Climate Change Performance Index 2026, presentato alla COP30 di Belém, consegna all’Italia un risultato poco lusinghiero: il nostro Paese scivola al 46° posto, tre posizioni più in basso rispetto allo scorso anno e ben lontano dai livelli raggiunti solo pochi anni fa. La classifica, elaborata da Germanwatch, CAN e NewClimate Institute con la collaborazione di Legambiente, confronta l’impegno e i risultati climatici dei principali Stati del mondo sulla base delle emissioni, dello sviluppo delle rinnovabili, dell’efficienza energetica e della qualità delle politiche pubbliche.
L’Italia paga soprattutto una politica climatica giudicata “debole e insufficiente”: l’aggiornamento del Piano nazionale integrato energia e clima prevede una riduzione delle emissioni al 2030 troppo modesta, inferiore sia agli obiettivi europei sia agli impegni annunciati in passato. Anche la crescita delle rinnovabili resta molto lenta: nel 2023 coprivano appena il 19,6% dei consumi energetici, ben lontano dal traguardo fissato dallo stesso governo. Per Legambiente, questa mancanza di visione sta frenando la transizione e aumentando la dipendenza energetica dall’estero.
Dal rapporto emerge inoltre che le emissioni italiane sono diminuite del 26,4% dal 1990 al 2023, ma con le politiche attuali il calo entro il 2030 arriverebbe solo al 42%, insufficiente a rispettare la traiettoria richiesta dall’Accordo di Parigi. Criticato anche il rinvio dell’uscita dal carbone al 2038 e il ricorso a tecnologie considerate poco efficaci o rischiose, come la cattura della CO₂ o il nucleare di nuova generazione.
Guardando al resto del mondo, nessun Paese raggiunge una performance tale da meritare i primi tre posti della classifica. Al vertice resta quindi la Danimarca (4° posto), seguita da Regno Unito e Marocco, grazie alla forte espansione delle energie pulite e a politiche più coerenti con gli obiettivi climatici. In fondo, invece, compaiono Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita, penalizzati dall’elevato uso di combustibili fossili.
Nel gruppo del G20 – responsabile della grande maggioranza delle emissioni globali – solo pochi Paesi mostrano segnali incoraggianti. La Cina risale leggermente, pur rimanendo in basso, frenata dall’uso ancora massiccio del carbone nonostante l’enorme crescita delle rinnovabili. L’Unione Europea, considerata nel suo complesso, arretra al 20° posto, appesantita soprattutto dal calo di performance della Germania.
Il quadro complessivo racconta un mondo che avanza, ma troppo lentamente. E l’Italia, secondo il rapporto, rischia di restare ancora più indietro se non imboccherà con decisione una vera transizione verso energie pulite, efficienza e innovazione.
