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Come trattare Trump: ‘a brigante, brigante e mezzo’

Come trattare Trump: ‘a brigante, brigante e mezzo’

 

Non è pensabile lasciare che la retorica revanscista di un uomo con troppo potere continui a taglieggiare il resto del mondo. Soluzione: fare come Cina e Brasile.

 

di Luca Ciarrocca (*)

 

0 “Tariff Man”, come lo ha definito il Financial Times, è tornato all’attacco. Le ultime minacce tariffarie di Donald Trump colpiscono il Canada con dazi del 35 per cento dal primo agosto. Con la Cina, fiera della propria autosufficienza, i negoziati sono in stallo. Ma è il caso del Brasile a suscitare clamore.

L’imposizione di dazi del 50 per cento su esportazioni strategiche del paese carioca come caffè, petrolio e aerei non è solo una forzatura commerciale.

È un raid politico, pensato per punire il governo “nemico” del socialista Luiz Inácio Lula da Silva per il processo a carico di Jair Bolsonaro, ex presidente del Brasile e alleato ideologico di Trump.

Retorica revanscista

Bolsonaro ha perso le ultime elezioni, ma ha tentato di restare al potere con un golpe volto a sovvertire il risultato elettorale. Con toni da propaganda MAGA, Trump ha definito il procedimento giudiziario una «caccia alle streghe» e accusato la Corte suprema brasiliana di «censura illegale».

È la proiezione internazionale della sua retorica revanscista: lo stato di diritto diventa persecuzione, la giustizia una minaccia, la democrazia un ostacolo.

Lula ha risposto con fermezza: ha convocato l’ambasciatore statunitense, respinto al mittente la lettera di Trump e dichiarato che il Brasile «non prenderà lezioni da nessuno». Il presidente cercherà una via diplomatica, ma ha annunciato che reagirà «misura per misura» se i dazi entreranno in vigore.

«Prima proveremo a negoziare, ma se non ci sarà un accordo, scatterà la legge della reciprocità», ha affermato, ricordando che gli Stati Uniti hanno accumulato un surplus commerciale di oltre 410 miliardi di dollari con il Brasile negli ultimi 15 anni (il che rende ancora più assurda la decisione di Trump). L’introduzione dei dazi attiverebbe una legge interna che consente di sospendere accordi su commercio, investimenti e proprietà intellettuale con i paesi che danneggiano la competitività nazionale.

Anche l’opposizione approva la linea dura: «Se loro ci mettono il 50, noi mettiamo loro il 50». Davi Alcolumbre e Hugo Motta, presidenti di Senato e Camera, due moderati certo non alleati del governo, hanno definito la legge «uno strumento per proteggere la nostra sovranità». E Lula se ne avvantaggia nei sondaggi per le elezioni del 2026.

La portata dell’episodio va oltre il confronto bilaterale.

La mossa di Trump segna un’ulteriore torsione della politica commerciale americana in chiave geopolitica, spinta da ostilità ideologica verso governi percepiti come avversari.

Non a caso, la Cina ha denunciato l’«interferenza negli affari interni del Brasile». Il punto non è il riequilibrio commerciale – una falsa narrazione, proprio perché Washington vanta un surplus nella bilancia import/export con Brasilia. I dazi servono a Trump per colpire governi sgraditi e sostenere leader affini, anche quando sono accusati di eversione.

Un’azione che il Nobel in Economia Paul Krugman ha definito «malvagia e megalomane». E ha aggiunto: «Se ancora pensavate che l’America fosse uno dei “buoni” sulla scena mondiale, questo dovrebbe chiarirvi da che parte stiamo in questi giorni». È crollata anche l’illusione – diffusa tra la base repubblicana MAGA – che i dazi servano a difendere il libero scambio. Trump li considera strumenti di politica economica aggressiva, di impatto immediato, basati su logiche di forza e ricatto. La politica del bullo.

Quando è entrato in carica a gennaio, l’aliquota tariffaria media degli Stati Uniti era al 2,4 per cento, secondo lo Yale Budget Lab. A giugno ha già toccato il 15,6 per cento. Fin dove intende arrivare? Questa settimana Trump ha riacceso la miccia su tutti i fronti: dazio del 50 per cento sul rame, minaccia di una tassa del 200 per cento sui farmaci.

Lunedì sono partite lettere a oltre 20 paesi, tra cui Giappone e Corea del Sud, con nuove tariffe tra il 25 per cento e il 40 per cento, nonostante fosse appena stata concessa una proroga di tre settimane per negoziare.

Solo tre accordi

Le aliquote riprendono quelle “reciproche” già annunciate in aprile. Per gli altri paesi, scatterà un’aliquota generalizzata del 15-20 per cento, al posto del precedente 10 per cento. Questa strategia da braccio di ferro si scontra con i fatti: i risultati sono modesti. L’obiettivo dei «90 accordi in 90 giorni», lanciato da Peter Navarro, è rimasto sulla carta. La Casa Bianca ammette di aver chiuso solo tre intese, tra cui una con il Regno Unito e una fragile tregua con la Cina.

Forse è per questo che i mercati, al momento, non sembrano temere davvero i dazi. Trump ha il sostegno di Wall Street – e ne è consapevole. Un segnale che preoccupa diversi analisti. L’indice S&P 500 ha toccato in settimana i nuovi massimi, e questo potrebbe spingere il presidente americano a rilanciare ancora.

L’apparente disconnessione tra politica e finanza si riflette nella resilienza dei listini e nell’indifferenza di breve termine verso scenari di instabilità sistemica. Nel “Giorno della Liberazione” del 2 aprile, le borse mondiali avevano reagito con vendite massicce, ma i ribassi sono stati riassorbiti dopo che Trump ha fatto marcia indietro su molte delle sue minacce.

La strategia del TACO: Trump Always Chicken Out

La domanda che aleggia nelle grandi banche d’affari è sempre la stessa: quanto tollerano i mercati il rischio di una guerra commerciale globale? Il rialzo dei prezzi è certo, e quindi inflazione su per i consumatori.

Nel frattempo, il dollaro ha perso oltre il 10 per cento sull’euro in sei mesi, mentre la propensione al rischio resta elevata: l’indice VIX di Chicago, che misura la volatilità dell’azionario, è sceso ai minimi da febbraio.

Un indicatore simile sui Treasury è ai livelli più bassi dal 2022. I record di Wall Street e la calma apparente segnalano che gli investitori puntano su uno scenario perfetto: atterraggio morbido dell’economia americana e soluzione ordinata del conflitto dei dazi. Ma a molti questa fiducia sembra parecchio scollegata dalla realtà.

 

(*) Giornalista

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