Nel 2025, tra le maggiori economie europee, solo l’Italia ha evidenziato un incremento (peraltro considerevole) delle esportazioni negli Stati Uniti (+7,2 per cento), a fronte di una riduzione per tutti gli altri Paesi, molto contenuta nel caso della Francia (-0,9 per cento), decisamente marcata nel caso della Germania e della Spagna (oltre il -9 per cento). Lo scrive l’Istat nell’edizione 2026 del suo Rapporto sulla Competitività dei settori produttivi.
Rispetto ai principali partner europei, sottolinea l’Istat, l’Italia appare più esposta nei confronti dei mercati extra-Ue sia per le esportazioni (48,2 per cento la quota di export verso questa area nel 2025, 44 per cento per la Germania, 46,1 per cento per la Francia, 37,6 per cento per la Spagna), sia per le importazioni (il 43,4 per cento del totale del valore delle importazioni dell’Italia proveniva da Paesi extra-Ue; 43,3 nel caso della Spagna, rispettivamente 37,1 e 34,7 per cento per Francia e Germania). Rispetto ai principali partner Ue, l’esposizione italiana è più ampia anche verso gli Stati Uniti che assorbono nel 2025 il 10,8 per cento dell’export italiano di beni (contro il 7,8 per cento della Francia, il 4,2 per cento della Spagna, il 9,4 per cento della Germania), secondo mercato di destinazione dopo la Germania (11,4 per cento). La quota di acquisti dell’Italia dagli Stati Uniti risulta più contenuta (6,0 per cento), ma nel 2025 la dinamica delle importazioni è stata particolarmente vivace (circa +30 per cento), molto superiore a quanto registrato negli altri grandi Paesi europei e in accelerazione successivamente all’entrata in vigore ad agosto dell’accordo commerciale Usa-Ue.
Pil: simulazione Istat, -1,1% per Italia in caso stop export in Usa
Da una simulazione realizzata a partire dalle tavole input-output internazionali, nell’ipotesi teorica di un azzeramento delle esportazioni negli Stati Uniti, il Pil italiano si ridurrebbe dell’1,1 per cento (circa 20 miliardi di euro): lo 0,8 per cento sarebbe generato da effetti diretti, lo 0,3 per cento da effetti indiretti. Lo scrive l’Istat nell’edizione 2026 del suo Rapporto sulla Competitività dei settori produttivi. Circa un terzo dell’effetto totale (quasi 7 miliardi di euro) deriverebbe dai settori più esposti verso questo mercato (Chimica, Farmaceutica, Prodotti da minerali non metalliferi, Metallurgia, Prodotti in metallo e Macchinari).
Nonostante dazi 50,7 mld surplus Italia nel 2025
Nonostante l’imposizione dei dazi da parte dell’amministrazione statunitense, nel 2025 l’interscambio commerciale dell’Italia con il resto del mondo ha registrato un surplus pari a 50,7 miliardi di euro. Le esportazioni di beni in valore sono cresciute del 3,3 per cento, le importazioni del 3,1 per cento. Lo scrive l’Istat nell’edizione 2026 del suo Rapporto sulla Competitività dei settori produttivi. I flussi, si sottolinea, hanno evidenziato dinamiche differenziate per aree di destinazione e di origine: le esportazioni sono risultate più vivaci per i Paesi Ue (+4,2 per cento), meno per quelli extra-Ue (+2,4 per cento); tendenza opposta per le importazioni, con gli acquisti dall’area extra-Ue che hanno registrato un aumento più ampio (+3,4 per cento) rispetto a quelli dall’Ue (+2,9 per cento). Una stima econometrica dell’Istat evidenzia come l’imposizione dei nuovi dazi sulle esportazioni di merci abbia avuto, sull’export italiano del 2025, effetti negativi ma di modesta entità: a un raddoppio delle aliquote medie effettive corrisponde una mancata crescita delle esportazioni pari al 3,2 per cento, con un impatto eterogeneo tra i diversi gruppi di prodotti. Gli effetti negativi più elevati si registrano per i Prodotti minerali e i Metalli preziosi/gioielli, più contenuti per Articoli manufatti vari; Strumenti di ottica, medici, orologi, musica; Legno, sughero, carta; Macchine e apparecchi; Materiale elettrico. Per tre gruppi, infine, l’imposizione dei dazi ha avuto un effetto positivo sulla dinamica delle esportazioni, anche a seguito del riorientamento dei flussi globali delle merci: si tratta di Grassi e olii vegetali; Calzature, cappelli, ombrelli; Materie plastiche e gomma. Con riferimento ai saldi commerciali, la posizione netta dei Paesi Ue nei confronti degli Stati Uniti appare molto eterogenea: nel 2024 sia l’Italia sia la Germania mostrano un surplus commerciale molto elevato per i beni (rispettivamente 42,1 e 75,9 miliardi) e meno rilevante per i servizi (circa 2 miliardi per entrambi); la Francia, all’opposto, registrava un surplus nei servizi molto più elevato di quello dei beni (rispettivamente 17,2 e 1,8 miliardi). Più in generale, per l’Italia l’Ue rappresentava un fornitore netto di beni e servizi (i saldi erano negativi rispettivamente per 13,8 e 8,1 miliardi di euro), l’extra-Ue un acquirente netto (saldi positivi per 68,8 e 3,2 miliardi). Nel 2025 i dati provvisori sembrano confermare queste tendenze. L’analisi dell’interscambio di servizi per principali tipologie mostra tuttavia che nel 2024 i saldi dell’Italia risultano positivi nei confronti di entrambe le aree (Ue ed extra-Ue) per attività a produttività bassa o media (Viaggi e Servizi conto terzi), mentre risultano negativi per i servizi di Trasporto e le attività a più alta intensità di conoscenza (Ict, Altri servizi alle imprese, Proprietà intellettuale).
60% import strategico da Paesi a rischio politico medio-alto
La dipendenza strategica dalle forniture estere ha anche una componente di rischio paese, con circa il 60 per cento delle importazioni italiane di prodotti strategici che proviene da Paesi a rischio politico “medio” o “alto”. Lo scrive l’Istat nell’edizione 2026 del suo Rapporto sulla Competitività dei settori produttivi. Nel 2023, le imprese che importano prodotti a valenza strategica “foreign-dependent” (cioè scarsi e poco sostituibili per il sistema produttivo italiano) erano appena 583 ma impiegavano circa 175mila addetti e generavano circa 23 miliardi di valore aggiunto e 130 miliardi di fatturato; oltre un terzo operava nel Commercio, il 13 per cento nei Macchinari.
+17,2% import Italia da Cina nel 2025
Per quanto attiene all’interscambio tra Italia e Cina, nel 2025 il valore delle importazioni complessive italiane risulta in forte aumento rispetto all’anno precedente (+17,2 per cento). Lo scrive l’Istat nell’edizione 2026 del suo Rapporto sulla Competitività dei settori produttivi, aggiungendo che la rilevanza di questo mercato per gli acquisti dell’Italia dall’estero è divenuta più ampia (pesa per il 10,3 per cento dell’import totale italiano) di quanto osservato per Germania (7,5), Francia (6,6) e Spagna (8,8), confermando una tendenza di lungo periodo all’aumento della penetrazione commerciale cinese in Italia. In aumento, inoltre, la rilevanza degli input produttivi di provenienza cinese per la produzione manifatturiera italiana, il cui valore è cresciuto del 60 per cento dal 2017 al 2025.
Red
