di Loredana Vaccarotti
Visto il clamoroso successo dell’ultimo blog – successo misurato in “me l’hanno girato in chat senza dire niente” – oggi vi regalo un’altra delle nostre castronerie nazionali.
Partiamo da un dato scientifico: l’italiano non parla, recita.
Entra in scena senza bussare, già con le mani in movimento, come se stesse spiegando l’equazione dell’universo… mentre fino a due secondi prima stava solo dicendo che piove sempre quando deve stendere. E se non deve stendere? Non importa. Gesticola lo stesso.
Perché l’italiano, anche quando pensa, muove le mani. Anzi: soprattutto quando pensa. Se pensa al caffè, le mani fanno una conferenza stampa.
La lingua da sola è timida, va in crisi. Serve rinforzo. Arrivano mani, sopracciglia, spalle… e quando il concetto non esce, una parolaccia ben piazzata. Non offende: chiarisce. È come una lampadina: fa luce, poi BIIIP, si fulmina. Non gesticoliamo per folklore.
Gesticoliamo perché se le mani restano ferme, il pensiero resta incastrato dentro. Come un carrello dell’Esselunga con la ruota bloccata: tu spingi, lui va a cazzo. Il concetto deve uscire dalle dita, fare un giro nell’aria, sbattere contro il lampadario, fare jogging, yoga e meditazione… e solo dopo, forse, infilarsi nella frase giusta. Ammesso che ci arrivi.
Ogni discorso italiano è un viaggio organizzato malissimo.
Si parte dal meteo, si passa dalla politica, si devia su “quello lì che sta sempre in mezzo come il prezzemolo”, e si finisce su una storia del ’97 che non c’entra un BIIIP.
Sì, proprio lui. Un bel BIIIP.
In italiano il cazzo è diventato unità di misura del nulla. Filosofia pura.
Tipo: “Signore e signori, ecco a voi il vuoto cosmico italiano, servito su un piatto di lasagne.”
Poi ci sono quelli che fanno finta di capire.
A loro puoi mettere fette di salame sugli occhi – spesse come i panini dell’autogrill – e mimare il concetto in slow motion. Niente. Annuiscono, sorridono, fanno orecchie da mercante. Sport nazionale, senza arbitro.
Se provi a insistere, ti guardano come a dire:
“Scusi… lei è il tassista o il filosofo?”
A quel punto la pazienza. Prima sospiri, poi guardi nel vuoto, poi, con calma olimpica, dici: “Guarda, mi stai rompendo il cazzo.”
Non è cattiveria. È chiarezza comunicativa.
Perché rompere il cazzo non è un fastidio semplice:
è un lavoro lento, costante, di logoramento dell’anima. Tutti lo capiscono.
Nessuno sa spiegare come funziona. Ma funziona! Se insiste ancora, lo senti: sale, gira…ti girano i coglioni. Segnale universale: la conversazione deve finire subito o rischi di dire cose vere.
Tipo: “Sei un coglione.” Detto con eleganza. Come fosse un complimento.
Parole che non scegliamo: ci escono.
Come quando fai una cavolata enorme e davanti allo specchio dici:
“Sono un coglione.” Non è autolesionismo, è igiene mentale.
Come lavarsi i denti, ma coi pensieri.
E quando invece, miracolo, qualcosa va bene? Non parliamo di talento o merito. Diciamo: abbiamo avuto culo. Perché il successo, se troppo pulito, ci insospettisce. Deve avere il caos. L’imprevisto. Il “non so come, ma è andata”.
Ogni tanto qualcuno tira fuori il coniglio dal cilindro. Idea geniale. E allora diciamo: figa. Non sexy. Figa esistenziale. Uno che ha le palle. Che in Italia non è anatomia: è morale.
E se qualcuno prova a impedirlo?
Risposta secca, con gesto incorporato:
“Col cazzo.”
L’italiano è teatro quotidiano: famiglia, bar, ufficio, condominio.
Non parla mai “normale”.
Al bar, per esempio.
Ordinare un caffè è una performance.
Non dici “un caffè, grazie”.
Lo chiedi con le mani. Lo ribadisci con i piedi, che fanno mezzo passo avanti: “oh, è urgente”.
Il petto comunica autorità, la testa inclina: “normale”, le gambe oscillano: “ho fretta”.
Poi il barista osa:
— «Corto o lungo?»
L’italiano sospira e risponde rigido.
— «Zucchero?»
Silenzio, sopracciglia in arcata, mani in conferenza stampa, spalle che dicono: “ma secondo te?”
— «No.»
Arriva il caffè. Lo guarda, lo annusa, lo fissa come se fosse colpevole.
Sorso. Smorfia.
— «No.»
— «No cosa?»
— «No così.»
Parte la spiegazione completa, con tutto il corpo.
E la sentenza finale:
“È un caffè… ma non è il mio caffè.”
Il barista annuisce.
Non ha capito niente. Ma ha capito tutto.
In famiglia è uguale. Al lavoro è peggio. A scuola è un’epopea. Al supermercato una tesi di laurea. In condominio, un’opera lirica.
E in politica? Il capolavoro.
Venti minuti senza dire niente, ma con gesti che valgono cento slide PowerPoint.
Questa è l’essenza dell’italiano:
parla col corpo, pensa per immagini, trasforma le parolacce in filosofia
e gesticola perché, se smettesse, il pensiero morirebbe dentro.
Qualcuno dice che siamo volgari.
Può darsi. Ma forse siamo solo terribilmente onesti.
«In Italia non c’è niente di più definitivo del provvisorio.»
Alberto Sordi
