Esteri

Consiglio non richiesto a Bibi Netanyahu: lasciali attraccare!

di Riccardo Bizzarri (*)

La flottiglia umanitaria: moderni crociati del selfie, capitani coraggiosi del commento social. Arrivano in mare come se stessero girando il trailer di un film d’azione a basso budget, bandiere sventolanti, magliette coordinate e quella fiducia incrollabile che un paio di pacchi di riso e qualche telecamera risolveranno questioni geopolitiche complesse come se fossero problemi di logistica del supermercato.

Ma prima ancora di salpare l’ennesima imbarcazione della scena, prendiamoci un minuto per guardare la realtà: la flottiglia non è soltanto un corpo di benefattori con il cuore al posto giusto, è anche uno spettacolo, una macchina di comunicazione e, spesso, una bella dose di ipocrisia performativa. Il mare non perdona i dilettanti.

Primo problema: l’effetto “vetrina internazionale”. Tutto bello, tutto scenografico, finché la scenografia non comincia a fare danni. Ma quali sono i benefici concreti per chi è già dentro Gaza? Spesso minimi. Il ritorno mediatico per i partecipanti è alto; l’effetto pratico per la popolazione locale è, nella migliore delle ipotesi, simbolico.

Secondo problema: la confusione tra moralità e competenza. C’è una tendenza consolatoria a pensare che la buona intenzione sia automaticamente un lasciapassare per l’azione efficace. Non lo è. La solidarietà non è sostitutiva della pianificazione, né il coraggio di salpare può compensare la mancanza di coordinamento con le ONG locali o i corridoi umanitari esistenti. Il risultato? Rischio operativo, dispersione di risorse e, talvolta, la creazione di nuovi problemi logistici che gravano proprio sulle spalle di chi si intendeva aiutare.

Terzo: lo show personale. Qui la flottiglia diventa industria dell’immagine. Panoramiche dall’alto, clip montate ad arte, crowdfunding che promette salvezza globale in cambio di emoticon. Dietro gli slogan ci sono spesso staff che sanno vendere cause come prodotti: storytelling al posto di strategie; hashtag al posto di accordi. Quando il racconto è più importante dell’impatto, la priorità non è più salvare vite ma salvare la propria reputazione.

Quarto punto spinoso — e forse il più atrocemente ipocrita: l’ingerenza non richiesta. Spedire attivisti in una realtà devastata può assomigliare a imporre soluzioni dall’esterno, senza consultare chi vive lì. È un paternalismo mascherato da eroismo: arrivare, distribuire, fotografare e andare via, lasciando dietro frammenti di confusione amministrativa e, peggio, speranze mal gestite.

E qui arriva la parte che, per piacere, non perdiamo: Bibi Netanyahu. Sì, il primo ministro israeliano, colui che decide fino a che punto permettere o negare l’accesso marittimo verso Gaza. Lasciamo perdere per un attimo la retorica della sicurezza (sappiamo tutti che la narrazione della minaccia è un’arma potente). Immaginiamo di lasciare che la flottiglia attracchi, faccia scaricare gli scatoloni, e che gli attivisti restino qualche giorno a girare, curare e raccontare. Lasciarli dentro non sarebbe un atto di ingenuità sarebbe un test disarmante.

Perché? Perché il bluff si vede da vicino. Se la flottiglia è davvero ciò che sostiene di essere,  squadra di professionisti umanitari, coordinati con le realtà locali, lì per dare sollievo,  allora benissimo: chi li accusa di far spettacolo verrà smentito di fronte ai pazienti curati e alle sacche consegnate. Ma se la flottiglia fosse solo un brand mediatico costruito sulla fotografia e sulla narrazione, il dentro mostrerà ciò che il fuori non può nascondere: mancanza di logistica, scarso collegamento con NGO sul posto, e un’ossessione per l’inquadratura che pesa più del sacco di farina. E allora i grandi proclami si sgonfieranno in fretta, davanti alle telecamere che osservano la realtà, non la sceneggiatura.

In parole povere: lasciare passare la flottiglia sarebbe il modo più economico ed elegante per smascherare la propria inutilità performativa. Sarebbe come invitare un illusionista a mostrare il suo trucco senza il paravento: o ha davvero abilità, o era tutta fuffa. E per la flottiglia, rivelarsi fuffa significherebbe perdere la moneta più preziosa che ha cioè la legittimazione morale internazionale. Per Netanyahu, in cambio, sarebbe una manna politica: lascia passare e guarda lo spettacolo che si autodistrugge.

Infine, una nota pratica: chiunque voglia parlare di aiuti umanitari sul serio dovrebbe mettersi dall’altra parte della scena. Meno manifesti, più contratti con ONG locali; meno voli pindarici retorici, più catene del freddo e punti di distribuzione concreti. Fino ad allora, la flottiglia resterà soprattutto un cast di comparse molto brave a farsi riprendere. E gli applausi, per quanto numerosi su Instagram, non riempiono una dispensa.

(*) giornalista

aggiornamento la crisi mediorientale ore 13.28

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