Esteri

Cuba, l’azione militare Usa non serve, ma qualcuno ci sta pensando

 

 

di Giuliano Longo (*)

 

La CBS News ha recentemente riferito che “I pianificatori militari hanno esaminato nelle ultime settimane una serie di opzioni per possibili azioni contro l’isola, tra cui un assalto aereo guidato dall’esercito che coinvolge migliaia di soldati statunitensi da svolgere dalla 101a divisione aviotrasportata, l’unica unità addestrata per un tale compito”.

Solo pochi giorni dopo, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un rsppotro di 100 pagine che descrive Cuba come una “minaccia unica” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e Trump ha  ripetutamente dichiarato che intende rovesciare il governo di Cuba.

Quindi  non si esclude  una campagna aerea limitata con  la soppressione delle difese aeree cubane, l’attacco  delle infrastrutture militari o il targeting di strutture di intelligence. Con la diffrenza che – vista  l’operazione in Venezuela – che il regime di Cuba potrebbe anche essere meglio preparato per una tale eventualità.

Gli esperti hanno affermano che il solo attacco aereo sarebbe insufficiente a demolire le istituzioni cubane e mentre sarebbero necessario  truppe sul terreno, ma  con le elite cubane pronte a una lunga guerriglia grazie alla dottrina della “Guerra de Todo el Pueblo” che non gode più del sostegno di larga parte della popolazione, ma conta ancora su rilevanti sacche di resistenza.

 Non potendo competere in uno scontro convenzionale, l’isola basa la difesa sul decentramento strategico, sulle Milizie Popolari (MTT) e su centinaia di Zone di Difesa autonome pronte ad agire senza ordini dall’alto. Con una infrastruttura che si fonda su una vasta rete di tunnel e rifugi sotterranei, progettati per proteggere truppe, armi e scorte dai raid aerei e dai droni, consentendo attacchi mordi-e-fuggi.

Anche se l’efficacia reale di questo sistema  è compromessa dalla logorata  coesione popolare necessaria per sostenere un conflitto prolungato,  Ma quali sarebbero le conseguenze – anche internazionali –  della conquista di Cuba manu militari’.

 Le unità rimanenti dell’esercito e le milizie si ritirerebbero nelle aree montuose (Sierra Maestra, Escambray) e nei centri urbani denso-abitati, dando vita a un’insurrezione e a sabotaggi continui contro le truppe d’occupazione statunitensi.Gli USA si troverebbero quindi  invischiati in una costosa campagna di contro-insurrezione a sole 90 miglia dalle proprie coste, con continue perdite umane e costi di sicurezza proibitivi.

Inoltre le operazioni belliche e il definitivo collasso dei servizi essenziali, innescherebbero un’ondata migratoria via mare mai vista prima. Centinaia di migliaia di profughi cercherebbero di raggiungere le coste degli USA e dei Caraibi in poche settimane, creando un’emergenza logistica, umanitaria e politica per Washington.

L’uso della forza diretta riaccenderebbe istantaneamente il sentimento anti-imperialista in tutto il continente.latino – americano e i governi, tradizionalmente alleati degli USA ,si vedrebbero costretti a condannare l’azione per motivi di politica interna. Inoltre Cuba ospita importanti infrastrutture di intelligence e cooperazione strategica con Pechino e Mosca che potrebbero ricorrere a ritorsioni indirette o alimentare una guerrigli strisciante.

Sul piano interno si  creerebbe anche  un gravissimo conflitto giuridico e sociale tra la diaspora cubana  di Miami – che esigerebbe la restituzione delle proprietà nazionalizzate dopo il 1959 –  e la popolazione locale a rischio sfratto e impoverimento ulteriore. E per finire, la ricostruzione delle infrastrutture cubane, la stabilizzazione dell’economia e il mantenimento di un governo fantoccio o provvisorio, richiederebbero centinaia di miliardi di dollari, gravando sul bilancio e sui contribuenti americani, ma favorendo gli speculatori amici di Trump che già fanno progetti di lungo respiro.

Senza contare che Il vuoto di potere e la destabilizzazione dell’isola trasformerebbero Cuba – che sino ad oggi ha collaborato con gli USA nella lotta contro il narcotraffico –  in un hub ideale per i cartelli dei narcos sulle reti di contrabbando caraibiche, lasciando agli esuli cubani castristi delle forze di sicurezza in fuga,  la possibilità di collaborare con I cartelli per destabilizzare altri Paesi dell’America Latina. La Colombia delle FARC alleate con i narcos insegna.

Ma tali conseguenze si verificherebbero anche indipendentemente da una azione militare con quel cambio di regime repentino che vorrebbe il segretario di stato americano Marco Rubio. L’alternativa incombente è quidi il caos totale nell’isola ingovernabile e ridotta al livello pericolosamente  miserabile di Haiti. Viene quindi da chiedersi se lo strangolamento dell’isola e dei suoi abitanti si un preciso orientamento della new generation trumpiana o frutto di improvvisatoria demenza.

(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali

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