Esteri

Le ossessioni che legano Cuba, l’Ucraina e Taiwan

 

di Dario Rivolta (*)

 

Quando a commettere un qualche reato o una “cosa che non si doveva fare” è un parente stretto o un amico fraterno viene spontaneo, nei limiti del possibile, parteggiare per lui, e dopo aver capito le sue motivazioni, giustificarlo. È perché noi europei siamo alleati, e quindi “fraterni amici”, degli Stati Uniti che nessuno dei nostri governi dice BEH! davanti al fatto che gli USA stanno provando a prendere Cuba per fame. Ciò che accade ricorda quegli assedi che duravano settimane e mesi attorno a una città considerata nemica fino a che gli abitanti, affamati e spossati, cedevano e si arrendevano. Oggigiorno è esattamente ciò che da Washington ci si aspetta succeda con gli abitanti dell’isola caraibica: senza più petrolio o altra fonte di energia, con importazioni ed esportazioni bloccate da sanzioni varie, con l’isolamento politico internazionale, cos’altro possono decidere di fare, prima o poi, a L’Avana?

George Friedman, un indipendente analista di geopolitica americano, creatore tra l’altro di un sito di politica internazionale letto in tutto il mondo che si chiama Geopolitical Futures, ci spiega quali sono le ragioni storiche ed attuali che stanno dietro le azioni decise dall’amministrazione Trump. Lo fa con un suo interessante articolo “L’ossessione americana con Cuba” che evidenzia quali siano, siano stati (e il perché) i rapporti tra i due Paesi.  Lo riassumo brevemente, con poche aggiunte.

Nel 1818 la Spagna, che occupava Cuba da secoli, aprì l’isola ai commerci internazionali e gli americani ne approfittarono immediatamente. Nel 1823 la famosa Dottrina Monroe affermò che la Spagna doveva lasciare Cuba e, al rifiuto di Madrid, gli Stati Uniti offrirono 130 milioni di dollari per comprarla. (Ricorda qualcosa che succede anche ora un po’ più a nord?). Secondo rifiuto, ma mal gliene incolse. A distanza di poco tempo nacquero nell’isola movimenti indipendentisti e gli “Yankees” offrirono loro aiuti e promesse di futuri investimenti. Nel 1898 scoppiò la guerra Ispano-americana e la vittoria di questi ultimi consentì loro di controllare Cuba, Puerto Rico, le Filippine, Guam, eccetera. Nel 1902 Cuba ottenne una formale indipendenza ma, fino al 1958, gli americani mantennero le loro basi navali militari nell’isola. Quando Fidel Castro riuscì nel suo tentativo rivoluzionario costrinse gli americani a lasciare tutte le basi con l’eccezione di Guantanamo Bay e poté permetterselo perché era diventato un alleato dei sovietici e si era in piena guerra fredda. Prima del 1959 a Cuba gli statunitensi controllavano il petrolio, le miniere, le centrali elettriche, la telefonia e un terzo della produzione di zucchero di canna. Quell’anno gli Stati Uniti erano il primo partner commerciale cubano, comprando il 74% delle esportazioni e fornendo il 65% delle importazioni dell’isola.  I comunisti castristi in breve tempo nazionalizzarono quasi tutto offrendo indennizzi simbolici. Nell’aprile 1961 ci fu l’operazione detta della “Baia dei Porci. Si trattò di un fallito tentativo di rovesciare il governo di Fidel Castro, messo in atto dalla CIA per mezzo di un gruppo di esuli cubani anticastristi fatti sbarcare nella parte sud-ovest dell’isola. Le forze armate cubane, equipaggiate e addestrate dalle nazioni filo-sovietiche del blocco orientale, sconfissero la forza d’invasione in tre giorni di combattimenti e Castro rimase al potere. Nel 1962, tuttavia, scoppiò la famosa Crisi di Cuba: i sovietici dovettero rinunciare a piazzare missili nucleari sull’isola e, in compenso, gli americani li ritirarono dalla Turchia. Poi cominciarono le sanzioni economiche.

Friedman ci spiega con semplicità perché gli USA sono così “ossessionati”. Innanzitutto va sottolineato che Cuba è soli 145 chilometri distante da Key West della Florida e che ciò è sempre stato vissuto da Washington come una preoccupazione strategica. In effetti, il 40,5% del tonnellaggio marittimo commerciale americano va e viene dai porti del Golfo del Messico e la presenza dell’isola può interferire nell’accesso sia verso l’Atlantico sia verso il canale di Panama. Qualora una potenza ostile volesse impedire quel passaggio, l’impatto sull’economia americana sarebbe molto importante. Tutti i Presidenti, da Monroe a Mcchinley a Kennedy ne furono ossessionati e Trump sta solo seguendo una lunga tradizione. Dopo essere intervenuto in Venezuela come sappiamo, Trump ha dichiarato apertamente che Cuba sarà la prossima. Oggettivamente, il regime castrista era degenerato da tempo in uno stato in cui solo il controllo dell’esercito imperava sull’economia locale e garantiva la stabilità sociale. La maggior parte dell’energia necessaria per far funzionare il Paese fino a poco fa derivava dal petrolio acquistato dal Messico e dal Venezuela. Con quest’ultimo la collaborazione era diventata sempre più stretta e, in cambio del petrolio, Cuba forniva a Caracas i suoi medici giudicati tra i migliori di tutto il sud America. Dopo l’intervento americano il Venezuela non fornisce più il petrolio, ha interrotto ogni rapporto commerciale e Trump ha imposto, al Messico, pena sanzioni di fare lo stesso.

Lo stesso Friedman ci riferisce che, recentemente, non un diplomatico bensì il capo della CIA si è recato a Cuba per incontrare gli alti vertici del regime e sembrerebbe che abbia offerto 100 milioni di dollari in aiuti. Indipendentemente dalla cifra, che se vera sarebbe irrisoria, non si sa cosa possa aver preteso in cambio né se la missione abbia avuto un qualche esito positivo.

In altre parole e indipendentemente dagli aspetti immediatamente economici per le aziende americane, ciò che ha sempre preoccupato gli Stati Uniti è che un qualche Stato potenzialmente ostile sia così vicino alle proprie coste e possa, volendolo, interferire con i commerci e più in generale con la sicurezza nazionale.

Personalmente, come di sicuro tutti i lettori arrivati sin qui, sono cittadino di un Paese che considera gli Stati Uniti quali “fraterni amici” e, quindi, capisco profondamente la loro esigenza di tranquillità.

C’è però in me un piccolo tarlo, forse poco importante, che mi suscita qualche domanduccia.

Non è che, per puro caso, il possibile ingresso dell’Ucraina nella NATO con la conseguentemente possibile installazione di missili dell’Alleanza in quel territorio (come successo in Polonia e Romania dopo essere diventati membri NATO), possa aver suscitato a Mosca qualche preoccupazione per la propria sicurezza? Il fatto che l’Ucraina confini direttamente con la Russia e che dalla Crimea a San Pietroburgo non esista alcuna barriera naturale l’avvicinamento di Kiev all’Occidente potrebbe essere stato percepito dai russi, magari a torto, come atto ostile anticipatore di tensioni future tra lo stesso Occidente e la Federazione Russa?

Ed ecco un’altra domanduccia: poiché Taiwan, notoriamente armata dagli americani e da loro protetta (seppur ufficialmente non riconosciuta) dista solo 180 chilometri dalle coste cinesi, non è che la Cina possa sentirsi minacciata, anche qui probabilmente a torto, e considerare quella vicinanza un pericolo per la propria sicurezza e per i propri traffici commerciali?

(*) Già Parlamentare, analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

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